Mario Alvisi è stato uno dei fautori e instancabile motore del progetto Scrambler Ducati Motor Holding. Dopo esperienze in Alfa Romeo e Abarth & C. Spa è approdato in Deus Ex Machina Motorcycles come VP North America. Questa è la sua storia, scritta per noi a quattro mani con Mauro Farina.

 

 

 

«Dottor Minoli, è da sei mesi che questo Alvisi mi chiama senza sosta. O Lei lo richiama o giuro che mi licenzio».

Mio babbo non è un motociclista, ma un filosofo, quindi la mia precoce passione per i motori non ha niente a che vedere con i geni paterni. A sedici anni, come tanti miei coetanei, con i primi soldi messi faticosamente da parte, mi comprai una Vespa Special. Una bellissima Special, oserei dire, bianca con sella Yankee.

Il padre di cui sopra, insieme a mia madre, non prese benissimo questa novità convincendomi con le buone a riportarla dove l’avevo acquistata. Ma quella Special, insieme al tempo passato con gli amici a truccare i Malaguti Fifty per migliorarne le prestazioni, fu la molla che mi spinse a iscrivermi a Ingegneria Meccanica.

«Dottor Minoli, è da sei mesi che questo Alvisi mi chiama senza sosta…».

Pur volendo studiare ingegneria, la mia indole creativa mal si sposava con l’atteggiamento metodico tipico di un ingegnere, per cui la modalità di studio convenzionale iniziò in poco tempo a starmi molto, molto stretta. Così, con alcuni compagni di corso fondai un club di meccanica e motori con lo scopo di interagire con le aziende in prima persona attraverso eventi e convegni tematici. L’obiettivo comune era capire meglio non solo quello che studiavamo sui libri ma anche il working model che avremmo affrontato una volta usciti dagli studi con il sudato pezzo di carta.

In uno di questi convegni ci fu l’occasione di avere come oratore, tra gli altri ospiti, anche Federico Minoli, allora Amministratore Delegato di Ducati. Ai tempi si stava avvicinando il momento della tesi, e sentire il suo intervento in quell’occasione fu come una folgorazione per me. Finito il suo intervento, mentre si accingeva a lasciare la sala attorniato dai giornalisti, mi parai di fronte a lui e senza indugiare oltre gli chiesi due cose: di poter realizzare una mostra con i modelli storici di Ducati e preparare la mia tesi con lui.

Minoli acconsentì a entrambe le richieste e, prima di andarsene, mi allungò un biglietto da visita con il numero della sua assistente, Alice.

L’occasione della vita era distante solo una telefonata.

«Dottor Minoli, è da sei mesi che questo Alvisi …».

«Trovai nella figura di Minoli un vero e proprio mentore. Mi studiavo gli orari in cui trovarlo al bar aziendale, chiedevo ad Alice di poter pranzare con lui». Mario Alvisi

Di Minoli mi ha sempre colpito la sua naturalezza e la sua umanità nonostante il ruolo che ricopriva, essere un creativo del business a capo di un’azienda. Ci vollero proprio sei mesi di telefonate con Alice prima di ritrovarmi faccia a faccia con lui. Di quell’incontro nel suo ufficio in Ducati mi colpì la sua estrema umanità, quel giorno mi aprì letteralmente le porte dell’azienda che dirigeva.

Mi sono attaccato a lui come si fa con un Maestro. Posso dire che la mia esperienza in Ducati iniziò proprio in quel momento.

La mia vita da stagista in una delle aziende più iconiche nel mondo delle due ruote iniziò da lì a breve. Trovai nella figura di Minoli un vero e proprio mentore, una persona aperta disponibile e curiosa. Cercavo qualsiasi occasione possibile per poter parlare e confrontarmi con lui. Mi studiavo gli orari in cui trovarlo al bar aziendale, chiedevo ad Alice di poter pranzare con lui.

Minoli mi spronò a seguire un percorso di formazione in azienda “orizzontale”, che mi permettesse di approfondire varie dinamiche nel modello di business di un brand come Ducati, cosa che mi avrebbe consentito di gestire progetti complessi in modo consapevole.

Ancora oggi non smetto di ringraziarlo per questo.

In quegli anni mi sono occupato di tante cose, dalla gavetta nel settore post vendita al product management per arrivare allo sviluppo della rete di concessionari di tutto il mondo. Mettere le mani nei “casini” mi ha permesso di capire quanto la comprensione dei dettagli può fare la differenza nel creare un processo di lavoro efficiente.

Ho fatto parte del team di lancio del primo Hypermotard e della Multistrada 1200, ho proposto e diretto la creazione di un laboratorio di fisica interno all’azienda, il famoso Fisica in Moto, che potesse essere a disposizione degli studenti degli Istituti Superiori come ponte tra la scuola e il mondo del lavoro.

Senza alcuna retorica posso affermare che in Ducati ci si sente parte di una famiglia, un ambiente sano in cui si cerca l’eccellenza e la si raggiunge tutti insieme senza fare il passo più lungo della gamba, mettendo a proprio agio le persone per potersi esprimere. Io ho sempre avvertito l’esigenza di creare, di inventare, di assemblare team di persone per creare cose nuove. Quest’idea di creatività per me è sempre stata fondamentale, e ha trovato il suo alveo perfetto in Ducati.

«In Ducati ci si sente parte di una famiglia, un ambiente sano in cui si cerca l’eccellenza e la si raggiunge tutti insieme». Mario Alvisi

L’alveo perfetto, dicevo. La mia “Land of Joy”.

Negli anni in cui mi sono occupato dello sviluppo della rete vendita Ducati, ho girato il mondo e incontrato molte persone. In tutti questi viaggi sono entrato in contatto con una vera e propria new wave culturale di una potenza ancora non interamente svelata, non soltanto nel mondo delle due ruote ma anche nell’abbigliamento, nell’arte e nel vivere comune: un ritorno alla necessità di esprimere se stessi in totale libertà, prendendo elementi del passato e reintepretandoli in maniera contemporanea. Questa tendenza stava emergendo con forza e un’evidenza tale da non poter non essere intercettata e contestualizzata in un progetto di ampio respiro.

Proprio in quei mesi si stava valutando in Ducati di rilanciare il modello Scrambler, una moto che a cavallo degli anni ’60 e ’70 aveva avuto un enorme successo di pubblico e che si discostava dai canoni classici del marchio legati alla competizione e alle performance.

Insieme a Claudio De Angeli, mio caro amico conosciuto all’interno di Ducati, ebbi proprio la sensazione di come i tempi fossero maturi per realizzare non solo una nuova moto, ma un vero e proprio brand, con connotati e valori diversi da quelli della Ducati sportiva. Scrambler poteva e doveva trasmettere anche altro per catturare un segmento di clienti completamente nuovo. Parlammo di questa idea con Cristiano Silei, all’epoca Direttore Sales & Marketing Ducati.

Mai mi sarei aspettato che Ducati fosse pronta ad accettare un progetto del genere dandomi carta bianca, e invece fu proprio così. Venni incaricato di assemblare un team che lavorasse sulla creazione di un nuovo brand.

Forte della mia convinzione della necessità di cogliere una rinnovata esigenza di espressione individuale, creai un gruppo con una forte connotazione giovanile, composto da brillanti ragazzi appena usciti dall’università, tra i quali Francesco La Placa, Alberto Mami, Pietro Mambelli e da colleghi esperti sia del mondo moto che nello specifico di quello Ducati come Rocco Canosa, Chiara Fortini e Angelo Marino. Claudio De Angeli era, ovviamente, parte di questo gruppo: lo chiamavamo “il Maestro”.

Primo step della nuova metodologia di lavoro fu impostare una brand architecture molto netta. Avere una direzione chiara dà solidità all’idea e al gruppo, e permette la libera espressione del singolo: ogni membro del team doveva sentirsi libero di esprimere le proprie idee e il progetto doveva essere lungimirante, ovvero in grado di proseguire sulle proprie gambe autonomamente dopo la fase di lancio. Inoltre, era quanto mai necessario sviluppare la capacità di spiegare la nascita di un nuovo universo all’interno di Ducati a chi quel mondo non era in grado di capirlo immediatamente.

I primi tre mesi del progetto Scrambler furono dedicati esclusivamente alla mission, ai valori del brand, al tone of voice da assumere e ai territori da conquistare.

Il punto di svolta di questo processo avvenne durante una riunione in cui vidi i ragazzi particolarmente giù di morale. Chiesi il perché di quei musi lunghi e Claudio si fece portavoce di tutti: «Mario, tutto ciò che abbiamo discusso insieme, tutte le idee che ci sono venute in mente e che vogliamo scaricare a terra, è tutto “troppo”. Non ce lo approveranno mai».

Io riesco a ragionare solo per ipotesi positiva. Quindi per rovesciare il punto di partenza, chiesi loro di mettere sul tavolo un’idea coerente con il nuovo brand che stavamo creando e che – a loro dire – non sarebbe stata accettata. Quell’idea l’avemmo realizzata nell’allestimento del nostro ufficio, e io mi sarei assunto la responsabilità.

La lista di idee che ne uscì era oltremodo rivoluzionaria. Ci trovammo a sostituire tutto l’arredamento con quanto ci era venuto in mente: pareti in legno, lampadari vintage, tavoli realizzati con i pallet, perfino un prato d’erba. In ufficio, al posto del pavimento. Perché l’erba? Perché uno dei valori di Scrambler è l’outdoor, e noi dovevamo vivere e respirare tutti i giorni i valori del brand che stavamo creando. Il problema è che lo facemmo senza chiedere il permesso a nessuno, sempre in linea con i valori del brand. Il rischio licenziamento era particolarmente concreto.

Il giorno dedicato alla posa del manto erboso vide il passaggio di Claudio Domenicali, attuale CEO Ducati, con due suoi ospiti di riguardo nei pressi del nostro ufficio. Alla vista di un prato d’erba steso per terra e di un arredamento non convenzionale come quello che avevamo pensato, Domenicali si trova a spiegare agli attoniti ospiti che quello era il quartier generale del nuovo progetto Scrambler. I due, che si rivelarono poi manager di livello internazionale, si resero conto di essere di fronte a un qualcosa di completamente nuovo.

Ecco, le prime due Scrambler le abbiamo vendute così, mostrando un prato verde.

 

 

La carta vincente del progetto Scrambler è stata quella di liberare delle energie, la spontaneità e la libera iniziativa delle persone dentro un contesto strutturato e progettuale con una visione precisa.

Abbiamo coinvolto tutti i dipendenti organizzando una parete in cui ognuno poteva contribuire con un post-it, con un’idea che avrebbero voluto veder sviluppata. Lavoravamo sia con gli ingegneri addetti alla progettazione e al design della moto sia dal basso sulla creazione del brand. È stata forse questa la parte più eccitante perché ho visto in tanti colleghi la scintilla e la gioia di essere parte di un progetto.

«La carta vincente del progetto Scrambler è stata quella di liberare delle energie, la spontaneità e la libera iniziativa delle persone». Mario Alvisi

Poi, fedeli al mio motto People are the new media, siamo passati alle persone fuori dall’azienda. Un’intuizione di Angelo Marino rese possibile l’incontro con Simone “Brahmino” Bramante, inconfutabilmente uno dei più geniali visual content creator degli ultimi anni, che ci ha permesso di approcciare la comunicazione digitale e i social network esplorando nuove vie. Simone ci ha offerto la creazione di contenuti e il coinvolgimento di collettivi di fotografi sparsi in tutto il mondo, consentendoci di accendere vari focolai capaci di parlare di Scrambler con la forza delle immagini ancor prima che la moto fosse visibile o disponibile sul mercato.

Infine, la moto.

 

La tradizione Ducati portava a concepire una versione base e una versione più accessoriata, la cosiddetta “versione S”, della stessa moto. Noi però eravamo convinti del fatto che una delle forze del brand Scrambler dovesse risiedere nella possibilità data al cliente di esprimere tutto se stesso anche nella scelta del modello più affine alla sua personalità, e che ogni sforzo di prodotto e di comunicazione dovesse andare in questa direzione. Per questo motivo spingemmo per proporre quattro versioni, le ancora attuali Icon, Classic, Full Throttle e Urban Enduro insieme a un ampio catalogo di accessori che permettesse ai clienti di personalizzarle secondo il loro gusto grazie a una serie quasi infinita di opzioni. Alla fine il CEO Claudio Domenicali si convinse a perseguire questa strada. Il 2015 fu l’anno del debutto di Scrambler sul mercato. Il progetto esplose e i risultati furono clamorosi, superando le 16.000 unità vendute in un solo anno. Un record per la storia di Ducati. Mai nessuna moto di Borgo Panigale aveva mai venduto tanto in un solo anno di vendita. E quell’anno grazie a Scrambler, Ducati infranse per la prima volta anche il muro delle 50.000 moto vendute in un anno.

Un sogno che si realizzava. Ora il progetto poteva iniziare a crescere con le proprie gambe.

Nel contempo il mio nome ha iniziato a girare tra gli Head hunter, alle cui offerte avevo sempre opposto un cortese rifiuto. Fino al giorno in cui la chiamata arrivò per un colloquio in Fiat Chrysler. Avevo sempre avuto una forte ammirazione per un manager dallo spessore di Sergio Marchionne, perciò mi concessi l’opportunità di andare a sentire cosa si aspettassero da me. Al secondo incontro a Mirafiori, durante il colloquio con Fabrizio Curci, capo del brand Alfa Romeo, in sala si palesa Alfredo Altavilla, all’epoca COO di FCA in EMEA, forse l’uomo più vicino a Sergio Marchionne in quel momento storico.

Altavilla mi domanda a bruciapelo cosa pensassi del loro gruppo. «Dottore, avete dei brand dal vissuto e dalla storicità incredibili, c’è un potenziale enorme, ma siete drammaticamente ancorati al passato».

«La penso esattamente come Lei, Alvisi. Quest’azienda ha bisogno di cambiare». Parlammo per tre ore.

 

Uscii da quell’incontro con la proposta di diventare Direttore Marketing di Alfa Romeo, in seno a un progetto di rilancio totale del brand grazie ai nuovi modelli Stelvio e Giulia e un team di persone nuove. E con l’intuizione che avrei potuto imparare molto da quell’uomo. Ho pensato al mio ruolo in Ducati, alla mia vita a Bologna, alla sfida e ai cambiamenti che avrei dovuto affrontare se avessi colto quell’opportunità. Nel prendere una decisione mi sono tornate in mente le parole di un mio caro amico: «Mario, o vai avanti coprendoti gli occhi con il gomito, oppure vai a viso aperto. Forse prenderai qualche schiaffo, ma se non lo fai non sarai mai in grado di scoprire nulla di nuovo». Decisi di togliere quel gomito e di scommettere su quell’avventura.

Da Bologna a Torino.

Arrivare a Mirafiori ha comportato un impatto con una realtà molto diversa, decisamente più strutturata e formale rispetto a quella a cui ero abituato in Ducati.

Mi resi conto subito che la mia impostazione metodologica così come la creatività dovevano fare i conti con un business molto più complesso rispetto al mondo moto, così come la politica aziendale.

Non è stato facile trovare un nuovo equilibrio tra la passione che mi contraddistingue e i consessi aziendali molto strutturati, distanti dal prodotto e dai clienti. Essere fuori dalla mia zona di comfort, però, mi ha permesso di approfondire cose che pensavo già di sapere e di imparare tante cose nuove. Ricordo quel tempo anche per la percezione di freschezza e di novità che il mio arrivo aveva portato in quell’ambiente, confermato da alcuni senior manager che, dopo avermi conosciuto, mi chiesero semplicemente di “non cambiare mai il mio modo di essere”. Mi sento di aver dato e di aver ricevuto tanto.

In Alfa Romeo ho cercato fin da subito di sviluppare un lavoro con il mio team e con i colleghi più aperti ad un certo tipo di approccio, quelli disposti a pensare fuori dagli schemi. Tra le prime cose che feci, convinsi l’azienda a spostare una quota importante del budget dalla pubblicità televisiva ai contenuti digitali. Alla fine del mio primo anno eravamo diventati il brand che investiva di più su web e social network.

 

 

In questa personale battaglia che ho condotto mi sono reso conto di quanto fosse importante sviluppare la cultura digitale all’interno dell’azienda. Da cosa partire? Ho trovato la chiave di volta motivando il mio team a pensare in modo innovativo. Ricordo che per il restyling della Giulietta, organizzammo un concerto dentro lo stabilimento di Mirafiori con Marky Ramones dei Ramones, Piero Pelù e DJ Ringo, insieme ad un contest rock tra i dipendenti.

Era una cosa mai vista e mai concepita in un’azienda del gruppo Fiat Chrysler, totalmente fuori dagli schemi. Alcuni manager non nascondevano un malcelato scetticismo sulla riuscita di questa “trovata”. Era la profanazione del tempio e non avrebbe funzionato.

Al concerto presero parte 6.000 dipendenti. Una partecipazione mai vista prima, effettivamente.

Ho sempre pensato che i colleghi e i dipendenti siano un patrimonio prezioso su cui fare affidamento per la crescita di un marchio. Lo è stato in Ducati e doveva essere così anche in Alfa Romeo.

Ma oltre al fatto eclatante, serve il quotidiano. Così insieme ai ragazzi che lavoravano nel mio staff creammo un canale Instagram chiamato “Mirafiori 10135”, scimmiottando la celebre “Beverly Hills 90210”. La nostra star era Stefano Gentile, il nostro Brandon Walsh.

Ogni giorno in pausa pranzo andavamo a scoprire i posti più curiosi e assurdi di quella che, a tutti gli effetti, è una città nella città e a raccontarli ai colleghi, infarcendo il canale con degli sketch comici. Il successo dell’iniziativa fu sorprendente: molti dipendenti iniziarono a seguirci, i ragazzi del team diventarono personaggi digitali, e in questo modo in tanti iniziarono a capire il potenziale e l’energia dei social network. Può sembrare un esempio banale, ma è sufficiente per capire l’impatto positivo che si può ottenere quando un’azienda si preoccupa di creare e favorire una cultura digitale per i propri dipendenti. L’apoteosi avvenne poi con il lancio di Stelvio realizzato insieme a Maria Conti e alla sua creatività contagiosa.

Infine, l’incontro con Sergio Marchionne. Un altro turning point della mia vita. L’avevo conosciuto al Lingotto, poco dopo che mi ero trasferito a Torino. Due anni dopo, al Salone di Ginevra, durante un transito dallo stand Alfa Romeo per raggiungere una conferenza stampa, Marchionne mi prese sottobraccio. Tra una chiacchierata e l’altra sul tema del web e della comunicazione digitale mi chiese: «Ma Lei, Alvisi, le auto le sa anche vendere?». «Ci posso provare, Dottor Marchionne».

La settimana successiva ricevetti una chiamata da Alfredo Altavilla che mi chiese la disponibilità a prendermi in carico la gestione del brand Abarth.

Sapevo che sarei andato incontro ad un’opportunità straordinaria, ma che ancora una volta sarei stato costretto a uscire dalla mia zona di comfort. Decisi di togliere di nuovo quel gomito davanti agli occhi. Accettai la proposta perché ritenevo che Abarth fosse un brand dalle potenzialità incredibili, e perché volevo imparare da Altavilla. Anche lì mi trovai a creare e gestire un team molto giovane e dinamico ma, ahimè, anch’esso costretto a lavorare sotto la spada di Damocle dei risultati da conseguire a brevissimo termine.

La prima cosa che feci fu quella liberare le persone dalla paura di sbagliare e di ridare un’impostazione di metodo al team. Iniziammo a lavorare insieme al rebranding di Abarth, individuando le aree sulle quali puntare liberando le energie dal basso, valorizzando tutti coloro che erano in grado di portare nuovi spunti alla causa. Indipendentemente dal ruolo gerarchico delle persone, per me erano fondamentali le idee. Quando un’idea nasce da una singola persona, il progetto deve essere suo.

In quel periodo lanciammo l’Abarth Rivale, un modello di 500 in collaborazione con l’azienda degli iconici motoscafi Riva, organizzammo importanti progetti dal punto di vista artistico e commerciale a Londra e Montecarlo, lavorammo sulla community “The Scorpionship”, e cercammo di rimettere in carreggiata la 124 Rally, un progetto dal potenziale importante che era partito con il piede sbagliato.

 

 

I risultati ci supportavano, Abarth stava facendo un +20% sull’anno precedente, ma mi resi conto in fretta che l’aria stava cambiando, e che il Gruppo si preparava a qualcosa di grosso e iniziava ad avere altre priorità. Tra riunioni commerciali infinite, burocrazia aziendale e questioni di etichetta stavo perdendo la mia essenza e quella freschezza, curiosità e energia che erano proprio i motivi per cui ero stato assunto.

Non ci volle molto per capire che la luna di miele era finita.

Al commiato dal gruppo FCA seguì un periodo sabbatico, fortemente voluto per ricaricare mente e cuore. Atterrai a Los Angeles e iniziai a macinare chilometri. West Coast, Utah, Hawaii, trekking nel deserto e sulle montagne, incontri con start up e visite alle gallerie d’arte moderna più interessanti del momento alla scoperta degli artisti emergenti più cool del momento, perfino un corso di letteratura americana e di digital marketing alla General Assembly di Santa Monica. Era il mio modo per disintossicarmi dopo anni in cui non mi ero mai fermato.

Poi un giorno, una chiamata. Da Federico Minoli, il mio mentore. Era a Los Angeles per alcuni incontri di lavoro e voleva invitarmi a cena.

«Dottor Minoli, è da sei mesi che questo Alvisi …».

La chiusura del cerchio.

Federico, dopo essere uscito da Ducati e avere sviluppato una serie di progetti interessanti e di successo, era diventato proprietario e amministratore delegato di Deus Ex Machina, un brand di abbigliamento, moto custom e tavole da surf nato in Australia nel 2005. Lo conoscevo bene perchè lo avevo scoperto grazie a Claudio De Angeli in uno dei nostri viaggi di qualche anno prima, ed eravamo stati proprio noi a parlarne a Minoli nel 2009. Un marchio che mi aveva affascinato fin da subito perché parte integrante di quella new wave culturale che mi portò a concretizzare il progetto Scrambler.

Durante la cena mi chiese se conoscevo qualcuno in gamba per prendere le redini della filiale nordamericana del brand.

Gli risposi che avevo in mente qualcuno e che quel qualcuno si trovava proprio davanti a lui. Federico lì per lì rimase sorpreso. perché sapeva bene che avevo fatto parte di realtà grandi, strutturate e internazionali e per quanto l’hype di un brand come Deus fosse già elevato, si trattava di un’azienda molto più piccola rispetto a quelle per cui avevo lavorato in passato.

Io però volevo trasferirmi a Los Angeles e avevo bisogno di tornare a sporcarmi le mani in un progetto in cui ci fosse da partire dal basso e costruire qualcosa di creativo con persone altrettanto interessanti che avessero il desiderio di lasciare un segno.

Di nuovo in sella.

 

Quello che ho sempre adorato di un marchio come Deus Ex Machina è la volontà di offrire prima di tutto un’esperienza, di costruire una comunità offrendo spazi a persone che amano un certo stile di vita, siano essi appassionati delle auto d’epoca, delle cafè racer, del surf, dell’arte o della fotografia o semplicemente curiosi di scoprire un mondo nuovo. Si tratta di una comunità aperta che ti invita a entrare dalla porta più affine alla tua personalità. Lasciarsi coinvolgere, scoprire cose nuove e conoscere persone in grado di appassionarti è il segreto alla base della vita. Una comunità senza segmentazione e senza differenze, dove tutti si sentono parte di una cosa che ci piace: questo per me è lo spirito di Deus Ex Machina. Nel concreto lo costruisco sviluppando il brand in ottica real estate, apparel e food&beverage per tutti gli Stati Uniti dal nostro headquarter di Venice Beach.

 

«Quello che ho sempre adorato di un marchio come Deus Ex Machina è la volontà di offrire prima di tutto un’esperienza». Mario Alvisi

“Un imprevisto è la sola speranza” soleva dire Montale. E di imprevisti in questo periodo ne stanno accadendo molti. Il Covid-19 si è portato via tantissime vite e ha messo tante aziende in grave pericolo. Al momento non so cosa succederà e come ne usciremo. La cosa interessante di questo periodo è che nessuno al mondo lo sa. Quello che è certo è che avere più tempo a disposizione mi ha permesso di riflettere su alcuni aspetti del mio passato e della mia vita.

Nella vita di ogni uomo il lavoro e l’amore sono gli elementi totalizzanti, talmente potenti da catturare tutte le energie fisiche e mentali a disposizione, e a volte sono intrinsecamente connessi tra loro. Il progetto Scrambler è stato il mio più grande successo, ma mi ha fatto capire anche tante cose di me. È stato un successo per le vendite, per le amicizie che si sono create con il team e con tantissime persone e mi ha permesso di fare grandi passi avanti nella carriera. Ma dietro a ogni successo c’è sempre un prezzo da pagare.

Ero completamente sfinito dopo il lancio di Scrambler. Non ho staccato la spina per due anni, fisicamente mi sentivo a pezzi, mi sono sentito in difficoltà. Lì ho compreso come anche il progetto più grande debba essere considerato come un figlio, quando è in grado di stare in piedi sulle proprie gambe lo devi lasciare andare.

Oggi che mi sento più maturo, e forse anche più saggio, ho compreso come il lavoro debba essere un percorso di conoscenza, un’avventura, una sorta di cammino spirituale per capire meglio me stesso e il mondo che mi circonda restando sempre aperti alle novità. Perché quando io non rifuggo al nuovo o a ciò che mi è ignoto poi accadono cose impreviste che fanno nascere i progetti più belli. Quelli per cui vale la pena vivere. Perché diventeranno ancora più grandi dell’idea che avevi in mente, se ci si mette passione.

Perché la passione è la benzina che mi serve per vivere serenamente. E perché, mi perdonerà Shakespeare, ci sono più cose in cielo e in terra di quante noi ne possiamo sognare con la nostra filosofia.


Testo: Mario Alvisi & Mauro Farina     Illustrazione: Alin “Phols” Santu 

 

 

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Mauro Farina
Mauro Farina

Founder - Creative Content Manager

Altoatesino di nascita, bolognese nel cuore e veronese d’adozione, vive in simbiosi con la sindrome del bambino di fronte alla vetrina del negozio di giocattoli. Vorrebbe comprare tutto, ma non potendoselo permettere sublima raccontando ciò che divora con gli occhi.

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