Sonia Rovai, Head of Production Sky Italia: il fiore nel cemento

Sonia Rovai è capo delle produzioni originali di Sky Italia. Da lei dipendono serie come Gomorra e Young Pope.
 Abbiamo trascorso con lei un’intensa giornata milanese.

 

Ciascuno di noi ha un momento rivelatore. Un momento, un frangente in cui lasciamo meglio capire chi siamo. Un gesto, un tic, qualcosa di neutrale che finalmente si libera dal controllo del corpo, dall’atteggiamento e invade lo spazio, come un secchio di vernice che si rovescia per un colpo distratto di piede. Succede sempre, succede anche a Sonia Rovai, a metà di una lunga giornata trascorsa insieme: si è fatta l’ora del pranzo e dopo una serie di giri — la nostra stranissima e affascinante avventura è cominciata di prima mattina a Rogoredo, presso la sede di Sky, e si concluderà a pomeriggio inoltrato in una palestra di pole dance in zona Navigli (per adesso no questions please) — ci siamo sistemati a uno dei tavoli del “Cinemino”, a Porta Romana, un luogo splendido e bizzarro, con le pareti interamente ricoperte di una tappezzeria psichedelica che induce l’osservatore a pensieri

inquietanti e autodistruttivi, di cui solo dopo un po’ si carpisce l’origine: la trama, infatti, è la precisa riproduzione dei pavimenti dell’Overlook Hotel di “Shining”, per lo meno nella versione (visione?) cinematografica di Kubrik. È in tale contesto, un po’ engagé, un po’ d’essai, con un angolo caffetteria molto milanese, le torte vegane e un assemblaggio complicato di dolci e salati e caffetteria e lounge bar, che il piccolo animaletto impazzito annidato nel corpo di Sonia Rovai si manifesta portandomi in dono una piccola parte della personalità di questa donna magmatica, la parte più nascosta e impulsiva della manager di una delle più grandi piattaforme televisive del pianeta — e qui procediamo col job title: Head of Scripted Production per Sky Italia, tradotto: la mente, la responsabile dietro tutte quelle cose irrinunciabili per cui a fine giornata preferite la compagnia della tv al vostro partner.

Ecco, è questa la persona che a un certo punto, seduta a un tavolo del “Cinemino”, a Porta Romana, Milano, torte vegane, eccetera, si alza o, per meglio dire, schizza come se fosse scoppiato un incendio e si dovessero portare in salvo ventuno bambini, decolla velocissima proiettandosi verso il muro prospiciente e, senza aggiungere “A”, raddrizza un quadro appeso storto, per poi tornare a sedersi, davanti a me, che non ho mosso un muscolo nel frattempo, per dirmi, affranta, esausta, ma animata da un rinnovato vigore: «Scusa eh, ma non ce la facevo più».

Sonia Rovai, classe 1975. In una parola, un’ira di Dio. FLASHFORWARD: tre o quattro ore dopo, siamo in tutt’altra parte della città, io esausto, sfinito, lei in tuta, fresca, perfettamente arrampicata su una sbarra verticale in una palestra per il resto deserta, a fare il suo sport preferito.

«La pole dance è il simbolo della mia rinascita. Non sono mai stata una carrierista, ma è da quando ho diciotto anni che lavoro e che lavoro al massimo. Quando studiavo, quando mi spostavo da una produzione all’altra per pagarmi l’università, quando facevo i miei mesi di sostituzione ai centralini, qualsiasi cosa facessi dovevo lasciare il segno. Per questo ho impegnato energie a profusione per quasi vent’anni e mi sono letteralmente esaurita. Da una parte questa mia volontà mi ha reso indipendente, dall’altra mi sono ritrovata drogata di lavoro. Per anni non sono stata capace di dire no a niente e tutto ciò mi ha portato a sacrificare tantissimo della mia vita personale, guarda per esempio al fatto che non ho figli. A un certo punto, più o meno quando ho compiuto quarant’anni, ho capito che questa cosa non poteva continuare. Ho sentito un “click” nel mio cervello, ero esaurita, avevo perso otto chili in pochi mesi, continuavo a entrare a uscire da influenze, polmoniti e mi sono guardata in faccia. Dovevo fermarmi. Il giorno dopo ero in questa palestra a saldare un abbonamento di due anni».

Alla faccia del “fermarsi”, penso, mentre la guardo fare col corpo, sospesa per aria, cose che io non riuscirei nemmeno steso orizzontale su un materasso in memory foam. Ma non solo di sport si vive (o si rinasce): il cambio di rotta l’ha portata pure a sposarsi col suo Paolo, dopo appena ventotto anni di rapporto: «È stato lui a chiedermelo. All’improvviso. Era arrivato il momento anche per questo passo, per troppo tempo rimandato. Questo, lo sport, la cucina (Sonia fa delle torte che sembrano uscite da una pasticceria francese – ndr sbavante), il matrimonio: mi sono dovuta rieducare a trovare degli spazi per me, ci ho messo un anno ma ora sto bene: lavoro sempre moltissimo però non è più l’unica cosa».

FLASHBACK: è mattina presto, sono da poco entrato nel corpo di  questa balena colossale che mi ha avvolto nel suo infinito intestino, il palazzone di Sky Italia, a Rogoredo, ogni sette-otto passi un responsabile di qualcosa mi guarda, non me ma il badge che obbligatoriamente devo portarmi appeso al collo, “visibile, mi raccomando”, pena non lo so, non voglio saperlo, forse torture medievali in sala trucco, mi guarda e poi mi lascia passare, non senza un non so che di minaccioso nell’atteggiamento, fino a che qualcuno non mi preleva con un’operazione di stampo paramilitare e mi conduce in una stanzetta minuscola dove un gigantesco poster (appeso perfettamente diritto) di Ciro l’Immortale mi guarda con occhi da duro. C’è qualcosa che emette un ticchettio, da qualche parte, ogni tanto è un ticchettio, ogni tanto è un ronzio, come un meccanismo misterioso di funzionamento. Penso agli androidi, penso a cose bislacche, finché Sonia Rovai non arriva, sorridente e luminosa, credo umana, operativa come se fosse sveglia da ventisei ore consecutive e al contempo fresca come avesse dormito in una malga in Val Badia su cuscini al cirmolo. In circa sette minuti apre trentanove argomenti e pronuncia circa centomila parole. È Mohammed Alì e io sono George Foreman al tappeto. «ECCHECCAZZO!» Giuro che non l’ho detto io, ma lei. L’ha appena detto, cioè urlato. Ho la registrazione.

Sono passate circa tre o quattro ore, abbiamo parlato, abbiamo scattato fotografie ovunque, adesso siamo nella sua auto aziendale, mentre cerchiamo parcheggio dalle parti di Porta Romana, Via Seneca: è ora di pranzo e siamo diretti al “Cinemino” dove troveremo un piccolo quadro storto in cerca di aiuto. Qualcuno le ha appena tagliato la strada. «ECCHECCAZZO!» Uno virgola due secondi dopo eccola di nuovo rivolgersi a me, dolce e affabile, un po’ Mary Poppins, un po’ strega cannibale di Hänsel & Gretel: «La mia storia con Sky è iniziata in modo abbastanza casuale. Abitavo a Cologno Monzese, arrotondavo facendo redazionali e piccole cose per Mediaset; lì ho conosciuto un paio di autori che lavoravano a “Chi vuol essere milionario”, così ho iniziato la trafila.

Caporedattore, capo-autore e poi ho iniziato a fare produzione; ho seguito il Grande Fratello e altri prodotti sempre di intrattenimento. Quindi ho fatto due anni di “Infedele” a La7 con Gad Lerner dove ho imparato a governare un team». Di nuovo: scala marcia, si guarda allo specchietto, si toglie un capello dall’angolo della bocca, manda a cagare qualcuno con uno sguardo dal finestrino, fa salire il motore a tremila giri, parla, snocciola aneddotica, nei suoi jeans stretti e i tacchi, le braccia muscolose e tornite. Mi guarda come se avesse intuito qualcosa: «Sono pur sempre cresciuta a Cologno. Cologno Sud, una zona mica da ridere. Sai i miei amici come mi chiamavano? Il fiorellino nel cemento…». Mi viene da farle una domanda: maschilismo?
«Sono stata fortunata: in Sky sono entrata che ero un quinto livello e oggi sono dirigente. Ho fatto tutto il percorso e il fatto di essere donna e semmai di essere “carina” (sic) non mi ha mai ostacolato. Fuori dall’azienda sì, non farò nomi ma ci sono state società in cui ho percepito molta preclusione per il fatto che ci fosse una donna in un ruolo di responsabilità: spesso sono venuta a sapere di dirigenti che dovevano contattare me ma che poi preferivano relazionarsi col mio capo o addirittura con qualcuno sotto di me che però era maschio…».

«Ho fatto tutto il percorso e il fatto di essere donna e semmai di essere “carina” (sic) non mi ha mai ostacolato». Sonia Rovai

Parcheggia, “Cinemino”, due belle fette di torte vegane fatte con l’aria, quadro storto. «Io sono così…», mi dice Sonia, mi spiega, riprendendo posto dopo averlo raddrizzato, ride un po’ in imbarazzo, ma si capisce che in realtà si è tolta un peso, che quel quadro pendente di due virgola sette millimetri verso destra la stava ossessionando forse da quando s’era seduta lì o magari da sempre, anche da prima di vederlo, qualcosa che a livello di pressione atmosferica la disturbava dal 2009 e che ha complottato con l’universo per farla arrivare proprio in quel posto, con me, al momento giusto, per riequilibrare Tutte Le Cose con un colpo di indice. «Il nostro segreto a Sky è che offriamo una continua analisi del prodotto che stiamo realizzando — riprende —. Non siamo quelli che ti danno le chiavi di casa, ti dicono fai tu e poi me la restituisci; no: noi siamo quelli che arrivano e dormono nel tuo letto. Siamo presenti sul set, lavoriamo sui copioni, ci siamo dall’inizio alla fine e se decidiamo di fare una serie, quella serie deve avere qualcosa da raccontare che sia diversa da tutte le altre».

«Non siamo quelli che ti danno le chiavi di casa, ti dicono fai tu e poi me la restituisci; no: noi siamo quelli che arrivano e dormono nel tuo letto». Sonia Rovai

 

“Gomorra”, per esempio. Qui gli occhi le si illuminano: rivedrò qualcosa di simile solo quando mi parlerà della sua gatta. «È stato terribile e bellissimo. La sfida assoluta. La prima volta che ci mettemmo a guardare in un camerino il premontato fummo assaliti dal panico. Erano scene fighissime (sic) ma non si capiva una parola (ride – ndr). Siamo usciti da lì dentro e ci siamo detti: ok, e adesso? La paura era enorme, avevamo in mano un prodotto esplosivo ma del tutto incomprensibile. Siamo andati in studio a ridoppiare delle singole parole, ma tutti nel settore, continuavano a dirci che sarebbe stato un suicidio: una serie tv italiana che necessita di sottotitolazione. Una pazzia. Siamo andati avanti: se doveva essere una cosa mai vista, allora doveva essere davvero una cosa mai vista.

 

Abbiamo avuto ragione». Più tardi arriva il momento della sua gatta. E con “più tardi” intendo davvero più tardi, cioè quando l’intervista è finita e noi siamo tornati a casa, lei alla sua, io alla mia, e all’improvviso mi arriva un audiomessaggio (so che si dice “vocale”, ma non posso, non voglio, non devo). È Sonia, c’è anche un video che la riprende in compagnia dell’amata bestiola su un divano: «Grazie a te è felice, non mi vede mai a casa a quest’ora», poi aggiunge, solo vocalmente: «Maia è veramente importante per me. So che è assurdo, ma vive con me da dieci anni, l’abbiamo trovata durante un capodanno, e ci tenevo a dirtelo perché questa è la mia famiglia, lei, Maia, e Paolo. Noi tre. È una peste, tutta la sua padrona. Vivo per i suoi bisogni, mi sveglia la notte, me la porto in Corsica, in montagna, sul lago: la gatta con la valigia, come me».

 

 

Prima di salutarmi mi chiede “scusa” per questa piccola coda che ha voluto regalarmi e concedersi, ma come è stato per il quadro, al “Cinemino” — solo poche ore prima, ma mi sembrano trascorse settimane —, è anche grazie a dettagli così che una persona si rivela, che si manifesta il suo cuore, il sangue che c’è dentro, e vorrei dire “l’anima” ma non è una parola in cui credo, non è un concetto che mi piace: le persone sono intelligenza, sono pensiero, sono lavoro e fatica; non sono “anima”. Sonia Rovai è una dirigente, una professionista importante, di uno spessore unico, ma è anche una di quelle personepianeta, mi piace definirle così, quelle persone, rare, ogni tanto se ne incontra una, che non possono fare altro che attrarti nel loro mondo, non fanno niente per riuscirci, non ti corteggiano, non usano mezzucci, filtri, esche: non ne hanno nemmeno l’intenzione, ma ti ci ritrovi. All’improvviso sei lì, dentro questo incredibile mondo, e ci sei arrivato soltanto grazie alla loro forza di attrazione gravitazionale.

Qualcosa di ineluttabile, da cui non ci si può sottrarre. Non ho trascorso che poche ore con lei ma a fine giornata mi pare di conoscerla meglio di gente che frequento da diciotto anni. Il pianeta-Sonia. Dove c’è vita eccome.

 


Articolo: Stefano Sgambati   Shooting fotografico: Barbara Rigon 

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