Michela Giraud, romana innamorata di Milano è un’attrice e stand up comedian con una particolare predisposizione per le “barchette”. Scopriamo la sua storia.

 

La cadenza romanesca a Piazza Gae Aulenti, questo cuore hi-tech di Milano, mi piace, fa effetto: è come un’aria di porchetta in un sushi tre Stelle Michelin. Per un po’ la lascio fare: Michela Giraud, romana del quartiere Balduina, attrice comica, no, sbagliato: stand up comedian, che è questa cosa nuova, nuova per noi italiani, almeno, che fa anche tendenza su Netflix e che, soprattutto, ha dato voce nei decenni a uno stuolo di talenti straordinari, in larga parte americani e inglesi, da Bob Hope a George Carlin, da Bill Cosby a Ricky Gervais, da Jerry Seinfeld a Bill Hicks, ma anche italiani, Giorgio Gaber, Paolo Rossi, Luttazzi, Hendel, Saverio Raimondo, Edoardo Ferrario, Franca Valeri. Gente con le palle, scrittori maiuscoli capaci di far ridere un pubblico che li osserva e a cui si rivolgono direttamente, senza la classica quarta parete del teatro classico. 

Nei primi venti minuti di conversazione, Michela Giraud infila nel discorso la parola “cazzo” almeno diciotto volte, nelle sue varie modulazioni di frequenza, da “grazie ar cazzo”, passando per “che cazzo me frega”, ma anche “cazzo” da solo, così, come puntello ai ragionamenti. Mi piace, perché non vuole farmi ridere a ogni costo, è semplicemente lei stessa con potenza, con un’inusitata energia, e trema il tavolino d’acciaio del bar su cui stiamo consumando un caffè e trema tutto il ferro e il vetro di cui è composta la piazza: ho idea che tutto non possa fare altro che tremare al cospetto di Michela Giraud, cosa che conferma la diceria per cui un bravo performer va sempre e comunque visto dal vivo. 

«Milano è la città che mi ha battezzata artisticamente», mi racconta guardandosi intorno. È una bellissima giornata di fine settembre, fa un caldo à la Greta Thunberg e in questa bellezza disperante, che fa venire voglia di suicidarsi e al contempo di vivere a Parigi, parliamo, o per meglio dire parla quasi esclusivamente lei, io mi limito a tenere la rotta della conversazione con piccolissimi colpi di timone e a rimanere affascinato dalla sua schiumante energia. «Milano ti dà la possibilità di esprimerti: qui ti giochi la partita per chi sei».

«A quei tempi il modello di attrice che avevo in testa non coincideva con me: io pensavo a donne misurate, col nasino all’insù». Michela Giraud

Questa romana innamorata di Milano, che dice “cazzo” con la stessa nonchalance con cui i country manager di qui dicono “performante”, deve tanto alla città di Beppe Sala — che spesso, infatti, elogia sui social — (gli esordi televisivi a “Colorado” e “Comedy Central”, per esempio): nata itterica, sottopeso, «Mia madre mi chiama “Il Pacco Dono”, perché non ero prevista. Sono arrivata per caso e sempre per caso sono nata. Mio padre non c’era, stava a cena col mio padrino, e mia madre vomitò nel taxi da cui si fece portare in ospedale» — e qui apre una parentesi: «Si fece dare 100mila lire per il disturbo, pensa ‘sto stronzo… Comunque al Gemelli non serve nemmeno l’epidurale, nasco subito, mi strappano dalle sue braccia e ciò sancisce un rapporto ansiogeno psicotico di mia madre nei miei confronti».

 Mentre mi sciorina dettagli della sua biografia, passando di continuo dal presente storico al passato remoto, colgo dappertutto lampi del suo talento, nel senso che tutto è permeato da narrativa, la disposizione delle parole, le scelte lessicali, la sequenza dei fatti: non recita, ma è chiaro che il “mestiere” si impone, il che è normale, credo, per chiunque abbia fatto della scrittura la propria vita. Liceo Classico Mamiani, quello di Muccino e Matteo Rovere: «Cresco con ‘st’influsso borghese mischiato a pennellate di boraggine» (piccolo compendio nozionistico per i non romani: boraggine, da “boro”, “coatto”, l’atteggiamento non proprio aristocratico di certe categorie di persone, per lo più provenienti da zone suburbane o borgate, ma ormai adoperato per estensione in riferimento a chiunque perda di vista, per così dire, di tanto in tanto l’eleganza), e qui si interrompe di nuovo, per passarmi qualcosa; oddio, penso, un tentativo di corruzione, o peggio: una profferta di droga.

No: si tratta di un piccola, minuscola barchetta di carta, una perfetta e microscopica barchetta di carta, una di quelle classiche, che nell’incipit di “It”, beccheggia, si inclina, si raddrizza, affronta con coraggio i gorghi infidi e prosegue per la sua rotta giù per Witcham Street, verso il semaforo che segna l’incrocio con la Jackson, e che invece qui, a Milano, Piazza Gae Aulenti, in questo quartiere che come le squadre di basket prima di tutto prende doverosamente i nomi dalle aziende investitrici (2Benvenuti al Samsung District!”), termina la sua corsa tra le mie mani: «So fare le barchette di carta più piccole d’Italia», mi confessa, come se mi avesse appena rivelato di essere lei Elena Ferrante, ma giuro che è vero. Una precisissima barchetta di carta delle dimensione di un’unghia di pollice, e l’aspetto più straordinario di tutto questo è che mentre lei realizzava l’opera io non me ne accorgevo nemmeno. Dov’ero, mentre con le mani piegava e ripiegava minuziosamente la carta generando il simpatico monile? Credo nel suo racconto-fiume, nei suoi movimenti di corpo abituato a riempire tutto uno spazio, per quanto grande; nella sua professionalità.

 

Come ho già detto: nel suo mestiere. 

Liceo classico soffertissimo la prima imitazione della professoressa di turno, il sogno di diventare magistrato, la passione per Falcone e Borsellino («Mi innamorai perfino di Tirabassi perché interpretava Borsellino nella fiction…»), la laurea in Storia dell’Arte alla Sapienza, lo stress, l’analisi, venti chili presi, una vacanza studio a Bilbao che si rivelerà predestinante, infine il Master in sceneggiatura alla Silvio D’Amico e l’innamoramento per la recitazione.

«Come mi insegna il mio maestro Saverio Raimondo, la battuta è una linea retta che viene spezzata». Michela Giraud

«Scusami, ti sto inondando di parole…», mi dice a questo punto, porgendomi un’altra barchetta, ancora più piccola della precedente, che io prendo, osservo, sentendomi onorato: tutte e due giacciono adesso sul mio comodino.

«A quei tempi il modello di attrice che avevo in testa non coincideva con me: io pensavo a donne misurate, col nasino all’insù; mi guardavo allo specchio e capivo che per me non c’era posto, non c’era mercato, ma poi capii che per fare davvero comicità dovevo, potevo partire da me stessa. Perché cazzo devo aspettare che qualcuno mi chiami per fare “Sogno di una notte di mezza estate” in uno scantinato del Pigneto? ‘Fanculo, io faccio da me e così mi sono inventata la mia strada».

 

Da questo momento in avanti, Michela Giraud si fa prorompente: di qualunque materiale sia composto il monumento della sua personalità qui diventa evidente, luminosissimo, come se quelle micro-barchette fossero il contraltare della sua grandezza: “Sapersi autoindagare è la prima cosa per andare sul palco. L’analisi mi ha aiutato in questo: la gente ti vede, nel bene o nel male, vede ciò che sei appena appari sul palco, e tu sei la headline di te stesso; devi dire subito ciò che sai che la gente dirà vedendoti. Questo non significa che devi essere vero, bensì autentico. Devi fare in modo che ti credano. Ecco, questa complicatissima danza tra ciò che sei e ciò che non sei è la stand-up comedy».

Progetti futuri: «Uno su tutti, sarò Aurelia Sordi, nella grande fiction di RaiUno su Alberto Sordi, interpretato da Edoardo Pesce, per la regia di Luca Manfredi. La mia prova attoriale drammatica, non vedo l’ora», aggiunge con una specie di emoticon a cuoricino orbitante sulla testa.

Spero in un’altra barchetta ancora più minuscola della precedente, ma l’ultima traccia di carta rimasta sul tavolo è lo  scontrino e quello ci serve per pagare.

Alzandoci parliamo ancora un po’, di tecnica, di scrittura comica («Il trucco è avere chiara la struttura. Inizio, centro, fine, e in mezzo infilarci le battute. Una volta che hai chiaro l’assioma “la nave affonda – lui muore”, tipo Titanic, servono le battute. Come mi insegna il mio maestro Saverio Raimondo, la battuta è una linea retta che viene spezzata, cioè una premessa — la headline — che viene disattesa dalla punchline»), piccole immersioni nei tecnicismi che è qualcosa che adoro fare con chiunque, scrittori, musicisti, cantanti, scoprire effettivamente cosa c’è oltre il talento, oltre l’intuizione; sentire anche solo per un attimo il rumore del funzionamento, il brusio dell’officina che giorno e notte lavora nella testa di chi produce contenuti per così dire di finzione.

Finiamo a parlare di “Fleabag”, forse il prodotto comico-narrativo meglio riuscito degli ultimi anni. Michela non nasconde l’ammirazione: «La cosa più bella di “Fleabag” è che questa ragazza ha occupato un vuoto, un’urgenza che nessuno sapeva di avere. Alle donne in genere non è deputato un linguaggio così esplicito, tantomeno quella sorta di demolizione di se stesse: lei ci è riuscita egregiamente, ed è quello che cerco di fare anche io sul palco».

Prima di salutarci mi guarda brevemente.

«Sai — mi dice — io lo so che cosa stai pensando. Me lo trovo spesso scritto nei commenti sotto ai miei spettacoli su YouTube. Gente che mi dice: “Vabbè, ma questa roba fa schifo al cazzo, mica sei George Carlin”, al che a me viene immancabilmente da rispondere: “E grazie al cazzo, sennò ero George Carlin”», ed è così che il conteggio dei “cazzo” si chiude a venti ripetizioni precise e che a me torna in mente la vecchia risposta di un grande scrittore geniale e unico come Donald Barthelme a una sua studentessa, che al termine di una lezione gli domandò: “Mr Barthelme, perché scrive come scrive?”.

“Perché come scrive Beckett già scrive Beckett”, disse.


Articolo: Stefano Sgambati   Shooting fotografico: Sara Sabatino 

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Stefano Sgambati
Stefano Sgambati

Contributor - Writer

Scrittore, editorialista e autore televisivo.

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