Paolo Troilo è un artista atipico, che dipinge avvalendosi soltanto delle sue dita: il risultato sono opere iperrealiste frutto di una tecnica unica al mondo, nata – caso vuole – da una banale dimenticanza.

 

 

«Il mio enorme mondo in un cortile» è la frase finale del breve documentario realizzato da Lefranc Bourgeois Colart sull’artista Paolo Troilo, e mi sento di rubarla perché nessuna definizione potrebbe meglio descrivere uno degli artisti più interessanti non solo in Italia, ma al mondo. Lo hanno definito «dirompente, intimo, emotivo», capace di «scolpire in pittura anime ch’esplodono tra vene rigonfie e volti deformati di corpi michelangioleschi, contratti e impetuosi che si contorcono in un grido profondo, liberatorio e squarciante», ma al tempo stesso nelle sue opere è presente un’immediatezza che lascia spiazzati, che attrae e al tempo stesso spaventa, e che obbliga quasi al silenzio, mentre si osservano i chiaroscuri, i movimenti e lo slancio vitale dei volti e delle fisicità immortalate.

 

Paolo Troilo, nato a Taranto il 27 marzo 1972, vive e lavora a Milano, in uno studio zeppo di tele, colori, disegni, reperti della sua passione per il collezionismo: lo studio è situato nel cortile di un condominio poco distante dai Navigli, e la sua famiglia abita proprio lì sopra, in una perfetta sintesi del classico “casa e bottega”. Si può dire che lui l’arte ce l’abbia nel sangue, dato che sua madre, Lucia, a quattro anni lo mise dinnanzi a una tela bianca, a dei colori e alla riproduzione di un dipinto di Giotto, invitandolo a farne una copia. «La mia mamma ha fatto ciò che a mio parere dovrebbero fare tutte le mamme: mettere davanti a un bimbo qualcosa e aspettare che questo qualcosa venga preso e assimilato. La passione deve nascere pura e non può essere un compito, altrimenti è finita. Il miglior modo di introdurre all’arte un bambino consiste nel non dargli delle regole: se lui poi si vorrà perfezionare e amerà l’arte tanto da volerla portare a un livello superiore, il processo accadrà da solo. Un genitore, in tal senso, deve prestare molta attenzione e non anteporre i propri desideri ai suoi, rispettando la sua unicità. Il rispetto dell’unicità dei propri figli parte dalle piccole cose, come ad esempio dal chiamarli per nome – senza utilizzare l’epiteto ‘mio figlio’ – quando li si racconta agli altri».

Nel suo dipinto La gravidanza dell’uomo, raffigurante un teschio che ne partorisce uno più piccolo, Paolo Troilo ha racchiuso la sua visione della genitorialità e di ciò che – da padre di Antonio, 9 anni, e Brio, 4 – ha sperimentato sulla propria pelle. «La donna è più propensa, per una questione naturale e biologica, a percepire le necessità di un figlio. Da uomo, da maschio (opero tale distinzione in un contesto specifico, dato che nella società il genere non dovrebbe esistere più) il rapporto con un figlio è prettamente mentale. Non mettendoci nulla se non uno schizzo iniziale, proprio come il pittore, l’uomo ha la grande difficoltà psicologica di costruire da zero un’empatia con un estraneo: noi il figlio ce lo dobbiamo immaginare, mentre la donna l’ha “sentito” in tutto e per tutto. Si crea un meraviglioso equilibrio, che vede da un lato la donna così unita alla natura e dall’altro l’uomo così per aria e disgiunto dal miracolo della nascita. Questo per dire che per un padre è più arduo iniziare a qualcosa un figlio senza cadere nella trappola dell’egoismo: forzandolo, però, sortirebbe soltanto l’effetto contrario, con conseguenze disastrose».

 

Libero da obblighi e coercizioni, Paolo Troilo completa la scuola di grafica pubblicitaria e s’intestardisce nel voler trovare un lavoro «che partisse dal disegno, che dall’età di quattro anni non avevo più abbandonato. Dopo aver mollato lo IED a Roma e la facoltà di Architettura a Firenze – perché volevo essere tutore di me stesso nella cultura e nella conoscenza – rischiai di ritornare a Taranto, se non fosse che un mio contatto mi diede l’opportunità di fare un colloquio nell’agenzia pubblicitaria Saatchi & Saatchi a Milano, in agosto, e venni preso subito. Lì ebbe inizio un’avventura incredibile, che mi ha permesso di imparare a tradurre le emozioni in pittura in maniera così immediata e forte. Le crisi economiche successive hanno poi portato la pubblicità a divenire esclusivamente votata alla vendita, privandola della creatività che prima invece riusciva ancora a conservare».

«Il tempo nell’arte serve a creare qualcosa da dire e a dire la verità». Paolo Troilo

Dal 1997 al 2009 lavora per diverse agenzie internazionali in qualità di Art Director e Direttore Creativo; vince i premi più prestigiosi del settore e nel 2007 viene nominato dall’ADCI miglior creativo d’Italia con Alessandro Sabini. «È un lavoro che ho fatto per tredici anni e che rifarei, poiché mi ha dato moltissimo sotto ogni punto di vista: so raccontare quello che faccio, so parlare e dire le cose come voglio dirle, sono capace di far entrare le persone nel mio mondo. Soprattutto so trovare e sfruttare i collegamenti giusti che mi portano al mio fine. Che è in primis esporre per tutti ed entrare in collezioni che possano mantenere la mia arte viva per sempre».

 

Il punto di rottura con la pubblicità avviene quando realizza di «avere dentro una voce unica – che è la differenza tra l’artista che fa arte applicata, il pubblicitario, e l’artista che fa arte pura – e di avere voglia di esprimerla. Nel 2004 ho iniziato a dipingere: abitavo in una piccola strada di Milano, via Orti, in un appartamento minuscolo, e una sera scesi nel colorificio che c’era lì vicino, ma era tardi: presi tutto, tornai a casa e mi resi conto di non avere i pennelli. Quella fu la più grande dimostrazione che gli errori a volte sono delle grandissime opportunità, perché sviluppai così una tecnica unica, l’iperrealismo con le dita, di cui posso considerarmi il padre. Un curatore mi fece poi notare che i miei quadri non possono essere falsificati, perché appunto contengono decine di migliaia di impronte digitali».  

«Chi commissiona l’opera apre una porta, ma quello che c’è dentro lo esploro io». Paolo Troilo

Tornato nell’appartamento, si fece degli autoscatti con il cellulare e partì da ciò che gli era familiare: se stesso. «Cominciai con grandi ritratti, il perfezionamento arrivò con gli anni: il tempo in tal senso è la sola variabile in grado di dare valore all’arte. Benché l’arte nasca dal desiderio, dall’amore, dalla voglia di visualizzare l’amore per qualcosa, il tempo è ciò che governa tutto e ciò che oggi manca. Il mio più grande trauma è stato passare dai progress d’agenzia a cui partecipavano trenta, quaranta persone, a momenti che trascorrevo da solo in studio.

 

 

Questi momenti mi hanno regalato un grosso peso da portare, il pensiero, e il pensiero ha bisogno di tempo. Da tali pause – che poi definire pause è sbagliato, essendo parecchio dinamiche – di solitudine ho capito che il tempo è fondamentale per l’arte, e anche il modo in cui ci si espone agli altri ha bisogno di un suo tempo: c’è un’attesa e una preparazione obbligata, al termine della quale ci si sente pronti a farsi vedere. Io ho avuto la fortuna di avere l’arte insita dentro di me sin da bambino, di vivere una vita piena di accadimenti, di viaggi, lavoro, persone conosciute, e tutto quello che ho introiettato ha creato un bagaglio che mi ha permesso di avere qualcosa da dire appena ho cominciato a dipingere. Il tempo nell’arte serve a creare qualcosa da dire – perché il contenuto è molto più importante del contenitore – e a dire la verità».

Dal 2006 le sue opere cominciano a essere vendute ed esposte, suscitando un particolare interesse da parte di pubblico e critica, finché nel 2011 viene selezionato per la 54ma Biennale di Venezia. I suoi lavori sono stati esposti a San Francisco, Miami, Istanbul, Parigi, Madrid, Milano, Roma, Firenze, Berlino, Basilea, Singapore, Los Angeles, Londra e Tel Aviv.

«La maggior parte dei miei dipinti sono presi da autoscatti e autoritratti: amo molto la figura maschile per le vibrazioni che dà nella luce e nelle ombre, per la muscolatura che si muove in un certo modo, per le mani nodose, per i tratti più intensi e per il fatto fondamentale che io sono un uomo e mi racconto attraverso me stesso, attraverso la mia visione».

Buona parte della produzione di Paolo Troilo viene da commissioni, e, come lui stesso afferma, «lavorando su questo tipo di pittura introspettiva e sulle emozioni, chi fa la commissione è come se andasse dallo psicanalista: a me piace avere un rapporto un po’ più profondo, incontrarlo anche più di una volta, parlarci, così da calarmi nello specifico momento che sta vivendo. Cerco insomma di capire cosa vuole lui, cosa voglio io, e di tradurre poi tale sincretismo. Non penso che l’artista possa essere un media, l’artista è una fonte: è il ghiacciaio che si muove, soffre, lacrima, scende a valle e dà vita al fiume. Non voglio essere l’interprete di desideri altrui; piuttosto una persona che ascolta ciò che accade e che tenta di portarlo nel suo mondo secondo la sua propria visione. Il senso e la forma devono rimanere di mia proprietà: chi commissiona l’opera apre una porta, ma quello che c’è dentro lo esploro io». Giustamente, non è preoccupato di dover mettere d’accordo chiunque: «è difficile riuscire a piacere per forza, e non è nemmeno quello che voglio: per me equivarrebbe a vendere l’anima al diavolo. Intraprendendo questa carriera da “indipendente” chi viene da me per una commissione sa cosa sta cercando, che risultato aspettarsi».

 

Mi spiega che in Italia esiste una formula che viene applicata per calcolare il valore di dipinti, fotografie e opere d’arte su carta: [(base + altezza) x coefficiente] x 10 = prezzo. Si sommano base e altezza dell’opera, si moltiplica il risultato per il coefficiente e, infine, si moltiplica nuovamente per 10. Il coefficiente è un parametro (o punteggio) che viene stabilito dal gallerista d’accordo con l’artista, e si basa sulla solidità di quest’ultimo, cioè sul suo curriculum vitae: mostre personali e collettive, premi e riconoscimenti ottenuti, acquisizioni museali o da parte di collezionisti importanti, recensioni e critiche, pubblicazioni. Fino ad arrivare alla richiesta sul mercato delle sue opere o alle aggiudicazioni in asta.

«Io sono partito con un coefficiente molto basso perché non ero nessuno, e lentamente sono cresciuto. Capisco la necessità di mantenere una certa griglia, però è anche vero che questa griglia a volte è nelle mani di gente illuminata, altre è al servizio del soldo e crea un mercato in cui c’è una grande crisi di valore». Un mercato che, stando a Troilo, rischia di rivelarsi una grande bolla: «per parecchi anni si è prodotta tanta, troppa roba, senza curarsi dell’unicità e del percorso dell’artista, così che la maggior parte risultava incompiuta, non valevole; la ricchezza poi è cresciuta in Paesi con meno cultura di ricchezza, che hanno trasformato l’arte in una sottospecie di lavanderia. L’arte in questo momento storico è un enorme marasma e il rischio-bolla non è stato scongiurato: l’arte contemporanea non può avere un valore se non quando il tempo glielo darà, ma allo stesso tempo aprire una galleria in una qualsiasi metropoli è un massacro, quindi la fretta di assegnarle un prezzo, spesso sovrastimato, regna sovrana».

 

 

Paolo Troilo non disdegna affatto la sperimentazione, e lo dimostra mostrandomi una brandina verde militare del 1953 usata negli ospedali da campo americano in Vietnam, recuperata grazie a un amico: «ci ho voluto dipingere la Sindone, perché qui sopra c’era di sicuro un povero cristo andato in guerra come un martire. L’ho dipinta con la tintura di iodio e l’acrilico nero, e seppure questa non faccia parte della mia poetica, ho voluto pensare alla vita vissuta dall’oggetto, reinterpretandola». Allo stesso modo, indicandomi una grande tela, racconta che «quando è morta mia madre il 25 dicembre 2018, sono tornato a casa e – dato che lei dipingeva fiori – io, che non ho mai dipinto fiori, ho realizzato questa pentola rovesciata con un mazzo do fiori al suo interno». «Lo diresti mai che è un Troilo?», mi chiede sorridendo.

 

La famiglia e il tempo sono temi ricorrenti sia nella nostra conversazione che nella sua produzione. «Queste sono le tavole de Le meravigliose avventure di Brio e il Canicorno: sto sviluppando un libro per bambini dedicato a mia figlia – che si chiama Brio – in cui lei scopre il Canicorno, un cane immaginario, lo porta a casa e da lì hanno inizio le loro avventure insieme». I suoi figli sono ospiti fissi dello studio, dove disegnano, scartabellano tra i lavori di papà e hanno tutto lo spazio a disposizione: «sono entrambi bravissimi, non vorrei soltanto che, per via del mio lavoro e di quello di mia moglie Veronica – che è la mia agente per l’Italia e cura gli allestimenti delle mie mostre – pensassero di essere “predestinati” a una carriera simile».

 

Un dubbio legittimo, sia chiaro, ma alla luce del percorso e delle consapevolezze maturate da papà, c’è da stare certi che il pericolo possa essere completamente scongiurato.


Articolo: Marianna Tognini    Servizio fotografico: Adriano Mujelli 

 

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