Michele Lupi, giornalista: il coraggio delle azioni

Michele Lupi è stato il primo direttore dell’edizione italiana della rivista Rolling Stone e oggi dirige altre importanti riviste per il gruppo Mondadori. Ci ha aperto le porte della sua casa e della sua Milano per mostrarci la sua visione di cosa vuol dire, oggi, raccontare qualcosa o qualcuno.

Ho sempre considerato la libreria di un appartamento la versione culturale del genoma umano di chi quella casa la abita, la cartina tornasole della sua personalità, la spalla del gigante su cui appoggiarsi per sognare oltre e guardare lontano. La libreria di casa di Michele Lupi, giornalista, direttore delle riviste Icon, Icon Design, Flair e vicedirettore di Panorama, racconta molto di lui e del suo carattere. L’ho osservata a lungo, come un bambino di fronte al negozio di giocattoli in attesa che arrivi presto Natale, ho sbirciato i titoli di ogni libro e volume e ascoltato Michele mentre ci raccontava entusiasta dei suoi acquisti mattutini all’East Market di Lambrate: un volume dedicato alle patch dei gruppi di volo dell’aviazione americana e un libro sulle divise delle ausiliarie dell’Armata Rossa dell’Unione. In quella casa ho ritrovato molto di me: non solo per la sintonia in fatto di scelte ma, soprattutto, nell’entusiasmo con cui Michele Lupi ci ha mostrato ogni volume, ogni fotografia, ogni cimelio sul quale avevamo posato gli occhi. Non ultimo, un foglio con ritratto il bozzetto originale della divisa di Martin Sheen, uno dei protagonisti di Apocalypse Now di Francis Ford Coppola. Michele Lupi è un uomo che vive di sogni: li cerca, li trova e ne racconta la storia usando come medium coloro che hanno fatto del sogno stesso la loro vita. Lo ha fatto fin dai suoi esordi alla direzione di un magazine (è stato il primo direttore della versione italiana di Rolling Stone) passando poi a GQ Italia e alla vicedirezione di Vanity Fair prima di approdare al gruppo Mondadori. Il suo interesse per le storie di uomini e delle passioni che li tengono vivi è testimoniata anche dal suo libro Racers – Storie di uomini con la velocità nel cuore, scritto per Feltrinelli nel 2003. Oggi, alla guida di un lifestyle magazine come Icon, Michele ha dato una direzione precisa al piano editoriale: storie di valore, lunghe e non sincopate, capaci di scaldare i cuori e riaccendere emozioni sopite.

«Mai come in questi ultimi anni ho avuto la percezione di quanto sia importante raccontare storie di valore. Me ne sono reso conto in prima persona leggendo un pezzo di Kleinfield, articolista del New York Times: la storia di un homeless del Queens, a cui probabilmente pochi avevano dato retta mentre era in vita, mi aveva fatto capire come ognuno di noi sia un potenziale portatore di una storia interessante da raccontare. La differenza per far sì che una storia di valore come questa venga conosciuta sta nel saperla raccontare bene avendo la voglia e la curiosità da parte di chi scrive di andare a scavare nella vita delle persone stesse.

«Una delle differenze fondamentali tra il formato cartaceo e quello digitale online sta nel fatto che il primo ha dei limiti fisici molto stretti che obbligano a una selezione, cosa che sul formato digitale non esiste». MICHELE LUPI

Il saper raccontare storie e avere la curiosità di andare oltre la superficie sono gli aspetti che interessano più al pubblico. Oggi esiste una società dello spettacolo molto strutturata nella quale le cosiddette celebrities sono pilotate dal marketing e dalle public relations: per questo nei media si trovano sempre le stesse notizie edulcorate e tendenti a voler piacere alla parte più consistente dell’audience. Questa “omologazione delle notizie” mina la sincerità della storia stessa nelle sue fondamenta. Ecco, questa autenticità si può e si deve andare a cercare in chi non ha interessi commerciali da difendere; come le persone poco famose, ad esempio, o come gli anziani che hanno già avuto tutto dalla vita e a cui è rimasto solo il puro piacere di raccontarsi. In vent’anni di carriera mi sono reso conto di quanto sia molto più interessante raccontare storie di persone normalissime piuttosto che quelle di star di vario tipo».

Quali sono, dunque, i tratti distintivi del tuo ruolo di direttore di magazine cartacei dedicati al lusso e alla riscoperta dei piaceri come Icon, Icon Design e Flair?

«Ho sempre privilegiato la costruzione di una identità chiara e forte di ogni magazine che ho diretto e, a maggior ragione, di quello che oggi dirigo rispetto a ciò che si suppone possa piacere al pubblico, puntando sul marcare nettamente la linea di separazione tra tutto ciò che parla a quello che io definisco un “mercato” di massa e ciò che può interessare ad un’audience più raffinata, più esigua in termini numerici, ma sicuramente più influente.


Una delle differenze fondamentali tra il formato cartaceo e quello digitale online sta nel fatto che il primo ha dei limiti fisici molto stretti che obbligano a una selezione, cosa che sul formato digitale non esiste. Un magazine cartaceo ti costringe a selezionare le dieci idee migliori tra le cinquanta che hai, evitando il rischio di “annacquare” il giornale stesso. Il limite fisico ha, a mio parere, il vantaggio innegabile di obbligarti a scegliere, portandoti a pubblicare il distillato puro di ciò che ti piace.
Icon vuole parlare dei piaceri della vita e vuole essere parte dei piaceri della vita. Perché se è vero che la gente non trova più il tempo di andare in edicola e si affida a quella gigantesca calamita rappresentata dal formato digitale, è altrettanto vero che il piacere di sfogliare una rivista rimane impareggiabile».

Un piacere che non si ferma solo allo sfogliare una rivista cartacea e che torna a manifestarsi, grazie ad una nicchia sempre più ampia di appassionati, anche nella ricerca di oggetti riconducibili a un periodo pre-digitale.

«Stamattina ho fatto una capatina all’East Market di Lambrate e mi sono soffermato nell’area dedicata ai vinili. A fronte di questa ondata di digitale che ha caratterizzato questi ultimi anni trovo naturale che vi sia una reazione forse non uguale, ma comunque contraria, che culmina in una ricerca dell’analogico. Ricordo che durante la mia seconda conduzione di Rolling Stone una diciottenne pugliese mi scrisse una mail parlandomi di quanto fosse importante per lei avere nella propria stanza tutto quanto rappresentasse l’espressione dei suoi gusti, delle sue idee e dei suoi pensieri: i poster, i dischi, i libri, tutti oggetti che non possono essere compressi in un formato digitale in un computer. La ritualità così come la ricerca del non comune rappresentano un bisogno innato dell’uomo. Nella direzione di Icon ho sempre portato avanti scelte più profonde e verticali rispetto al passato, andando a parlare a un pubblico sicuramente meno numeroso ma in maniera più raffinata, a quella gente che ha voglia di essere e sentirsi più curata, in tutti i sensi».

«La ritualità così come la ricerca del non comune rappresentano un bisogno innato dell’uomo. Nella direzione di Icon ho sempre portato avanti scelte più profonde e verticali rispetto al passato andando a parlare a un pubblico sicuramente meno numeroso ma in maniera più raffinata, a quella gente che ha voglia di essere e sentirsi più curata, in tutti i sensi». MICHELE LUPI

 

Prendendo uno come me, qualsiasi editore sa che lo porterò a parlare a un pubblico estremamente selezionato. Con Icon e Icon Design ci muoviamo nell’ambito del lusso e credo che sarebbe interessante trovare anche la giusta definizione di questa parola: credo che oggi questo termine definisca qualcosa che debba sopravvivere alle nostre vite, come può essere ad esempio un oggetto che verrà tramandato di generazione in generazione».

In molti dei tuoi editoriali, fin dai tempi della tua direzione di GQ Italia, è impossibile non notare un tuo malcelato entusiasmo per tutte quelle storie di uomini in grado di sognare, siano essi personaggi iconici come, ad esempio, i piloti di Formula 1 di qualche decennio fa o audaci visionari capaci, con le loro idee, di indicare una nuova frontiera.

«Sono da sempre affascinato dalle persone capaci di andare controcorrente e di fare delle scelte. In una mia intervista a Giovanni Soldini, navigatore solitario nonché mio vecchio compagno di liceo, lui affermò: “tutti mi chiedono quanto coraggio ci vuole per affrontare una traversata oceanica in solitaria.

Io ho avuto bisogno di trovare il coraggio quando ho dovuto e voluto scegliere la mia strada nella vita, non quando ho dovuto affrontare un vento da cinquanta nodi con un trimarano in mezzo ai ghiacci”. Il coraggio io lo ritrovo nella capacità delle persone di fare delle scelte controcorrente, in quegli uomini e donne capaci di perseguire un obiettivo nella loro vita a costo di giocarsi tutto quanto».

Sei milanese d’origine e di vita e, come tale, testimone di come sia cambiata Milano in questi ultimi decenni. Cosa manca a questa città per assurgere al livello di una moderna metropoli europea?

«È ormai palese come Milano abbia cambiato marcia in questi ultimi anni: l’esempio migliore per comprenderlo è dato dalla delusione con cui è stata accolta la decisione di trasferire l’Agenzia Europea del Farmaco da Londra ad Amsterdam. Nonostante la sconfitta è evidente come questa vicenda, così come il successo dell’Expo, abbia permesso di porre Milano sulla mappa delle capitali europee. Quella milanese è una rincorsa ancora nelle fasi iniziali e che può solo progredire, ma è innegabile che ci si trovi di fronte a una città che scintilla, che luccica.
Sono convinto che Milano debba tornare a riappropriarsi del proprio centro storico che negli anni ’70 è stato completamente venduto alle banche: passate le 18, piazza Affari diventa una zona completamente deserta perché priva di vita. Riconosco a Stefano Boeri il merito di aver promosso l’installazione perpetua di un’opera d’arte come quella di Maurizio Cattelan che rappresenta esattamente questo decennio di crisi economica, questa scarsa o per meglio dire nulla attenzione riservata dal mondo della finanza verso le persone. Quel dito medio di una mano con le altre quattro dita mozzate ha un valore simbolico molto forte.

Sono queste, a mio avviso, le azioni coraggiose che determinano il carattere di una città».

Articolo: Mauro Farina Shooting: Barbara Rigon

 

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