Francesco Franchi alla scrivania

Francesco Franchi è l’autore della rivoluzione grafica che nell’ultimo periodo ha interessato il quotidiano La Repubblica e tutti i magazine ad esso collegati. Scopriamo  la storia di questo giovane talento.

 

«Ti sei mai domandato quanti studenti alzerebbero la mano se andassimo ora in un’aula universitaria e chiedessimo quanti di loro leggono abitualmente un quotidiano? Ti rispondo io: di mani alzate ne vedremmo pochissime, probabilmente nessuna. Credimi».

Francesco Franchi è un uomo in missione. Me ne rendo conto dopo pochi minuti dall’inizio della nostra chiacchierata. Una fredda mattinata milanese è la prima cornice del mio incontro con lui. La seconda è rappresentata dal bar dove ci ritroviamo, a pochi passi da casa sua. Il nostro ingresso nel locale ha abbassato di una buona ventina d’anni l’età media degli avventori, e la coppia di anziani gestori dallo spiccato accento toscano ti fa sentire subito a tuo agio, a patto che tu colga subito il loro verace sense of humor.

Impossibile poi non notare le tovaglie lise dal verde spento dove traspare a fatica un sole delle alpi, reliquia di un’era politica fa. «Ma i punti a favore del bar non finiscono qui» mi sorride ironico Francesco. «Il loro Negroni ha un rapporto qualità prezzo imbattibile per la zona, per non parlare della quantità».

Francesco Franchi, classe ’82, è considerato uno dei più influenti graphic designer nel panorama internazionale. Prima di approdare a Repubblica come caporedattore, con l’obiettivo di rivedere e rilanciare la veste grafica delle pubblicazioni del gruppo, è stato Art Director a IL, il mensile del gruppo IL Sole 24 Ore. È inoltre autore di “Designing News: Changing the world of Editorial Design of Information Graphics”: il suo personale manifesto, o “libro percettivo”, come sarebbe auspicabile definirlo, dove Francesco mostra nero su bianco la sua visione del futuro delle notizie e dei media, ne delinea le criticità e indica le linee guida che le case editrici tradizionali dovrebbero seguire per affrontarle.

L’occasione per farmi raccontare la sua storia di creativo si palesa proprio in questo bar fuori dal tempo nel quale, considerato l’orario, al Negroni preferiamo un più assimilabile caffè. Nella nostra piacevole mattinata di chiacchiere si sentiranno ripetere spesso le parole cambiamento, linguaggio, sfida.

Una di queste sfide Francesco Franchi la sta affrontando in prima persona, ed è quella di avvicinare le nuove generazioni ad un media tradizionale come il quotidiano. Il primo passo è stato quello di creare Robinson, l’inserto settimanale di Repubblica dedicato interamente alla cultura e nel quale l’uso moderno dell’illustrazione, della fotografia e delle infografiche ha permesso la realizzazione di un format decisamente non comune per la carta stampata.  Dopo Robinson sono seguite altre produzioni, non ultima per importanza il font Eugenio (nome dato in omaggio a Eugenio Scalfari, fondatore del giornale), progetto grafico pensato da Francesco Franchi e Angelo Rinaldi e realizzato dallo studio Commercial Type, in grado di rendere il quotidiano più elegante e leggibile senza dimenticare le origini. 

La chiacchierata prosegue poi a casa sua, nella quale non si può non notare l’opera che Francesco ha realizzato per il Victoria & Albert Museum di Londra e progettata per la Memory Palace Exibition. 

Ti hanno definito giornalista, visual information designer, art director, infographic designer. Ultimamente ti hanno attribuito anche la definizione di “mapmaker”. Chi è veramente Francesco Franchi?

«È davvero difficile potermi definire con precisione. Nella mia vita ho sempre avuto la fortuna di interfacciarmi con le persone giuste e di imparare tantissimo da loro. Dopo l’università ho posto le basi della mia professione di grafico lavorando per Leftloft, una delle più importanti agenzie italiane. Lì ho capito, tra le altre cose, qual è il vero significato del termine progetto editoriale. In Leftloft ho avuto l’occasione di approcciare le redazioni vere, tra le quali non posso non menzionare quella di “Dieci”, un quotidiano sportivo del quale curavamo la progettazione grafica. Lavoravo in Leftloft in contemporanea con i miei studi in Disegno Industriale e l’esperienza accumulata con loro ha contribuito enormemente alla stesura della mia tesi di laurea dedicata al newspaper design.

 

Ed è proprio stata la tesi a dare inizio alla mia carriera. Nella nostra professione parli con il lavoro che realizzi e il web mi ha permesso di parlare esibendo i miei lavori. L’offerta de Il Sole 24 Ore è arrivata proprio grazie a questa vetrina. Mi proponevano di prendere parte alla nascita di IL” il magazine mensile de Il Sole 24 Ore, sviluppando il progetto grafico della rivista diventandone l’art director. Ho avuto più di un dubbio nell’accettare quella proposta. Avevo sempre visto le redazioni di un giornale o di un magazine come contesti estremamente restii al cambiamento, temevo di andare a scontrami con ambienti vecchi e con idee desuete che nulla avevano a che fare con lo studio di design di cui facevo parte. Poi ho avuto il privilegio di incontrare Walter Mariotti, che è stato il primo direttore di IL e con il quale abbiamo lanciato quel progetto. Walter mi lasciò libertà creativa totale, e diede a me e agli altri ragazzi la possibilità di plasmare a nostro piacimento il magazine seguendo le nostre idee e le nostre intuizioni. La mia esperienza a IL è durata otto anni, nei quali a Marriotti è succeduto Christian Rocca come direttore, e in questo periodo sono entrato in contatto con altri grandi professionisti della carta stampata, tra cui non posso non citare i direttori de Il Sole 24 Ore Ferruccio De Bortoli, Gianni Riotta e Roberto Napoletano. Tutte persone di spicco che mi hanno permesso di imparare ancora tantissimo oltre ai giornalisti che mi hanno insegnato anche un altro mestiere. Insieme siamo riusciti a far entrare dei linguaggi nuovi in un mondo, quello della stampa, ancora fossilizzato a logiche non più attuali».

«Io ho fatto quello che so fare meglio: portare le idee, la creatività e il modo di pensare di un designer all’interno di un grande giornale». Francesco Franchi 

 

Oggi invece sei approdato a Repubblica, un altro dei colossi editoriali italiani.

«Sì, e il merito va a Mario Calabresi, allora direttore di Repubblica, e Angelo Rinaldi, vicedirettore e art director del quotidiano. Entrambi hanno visto in me la persona giusta per contribuire al cambio di passo che volevano attuare, sia nel quotidiano che nei vari inserti che da anni lo accompagnano in edicola. In Repubblica ho assunto il ruolo di caporedattore in una fase di cambiamento totale del gruppo e in un momento particolarmente difficile rispetto agli anni precedenti. Mi sono trovato ad affrontare una realtà che doveva fare i conti con budget ridotti rispetto al passato e a un pessimismo dovuto a vari tentativi di rinnovamento che non avevano portato ai risultati sperati. Io ho fatto quello che so fare meglio: portare le idee, la creatività e il modo di pensare di un designer all’interno di un grande giornale. La crisi della stampa ha portato i magazine, e di conseguenza i grossi gruppi editoriali, a doversi reinventare. Da piccolo sognavo di ridisegnare un quotidiano. Per certi versi posso dire di esserci riuscito».

Potresti essere definito come un “combinatore di linguaggi”?

«Sono uno a cui piace schematizzare. Questa idea di ricondurre tutto a uno schema mi è rimasta dai tempi dell’università ed è l’approccio che ho cercato di portare in ogni redazione di cui ho fatto parte.

 

Non avendo tra le mie doti la “facilità nello scrivere” dovevo trovare un modo di raccontare le cose in modo alternativo. Da qui l’idea di utilizzare la tecnica dell’infografica. Ecco, l’infografica è uno dei tanti modi con i quali si possono combinare linguaggi diversi. Ad oggi scrivere non basta più, è necessario trovare dei paradigmi di comunicazione fruibili anche in un’epoca nella quale la nostra soglia di attenzione è sempre più limitata».

Parafrasando Isaac Newton, anche tu hai potuto “appoggiarti sulle spalle dei giganti per guardare più lontano”?

«Le persone che ho citato prima, loro sono stati i miei punti di riferimento. Se invece mi chiedi di citare magazine o realtà editoriali non posso non citare il Guardian, punto di riferimento per il design, la tipografia e la cura del dettaglio, e Monocle per il modello di business che ha messo in piedi. In generale, il mondo della stampa anglosassone mi ha sempre affascinato. Lì i giornali non differiscono più di tanto dal punto di vista del puro design stilistico, questo fa sì che quando si ha una storia eccezionale da raccontare, quest’ultima non faccia fatica ad emergere. In Italia, al contrario, si punta al risultato estetico eccezionale anche quando di contenuto ve ne è veramente poco.

 

Prendi il New York Times, ad esempio: da decenni è uguale e fedele a se stesso. Nell’edizione cartacea della domenica, la giornata dedicata ai reportage, le storie di valore le noti eccome. Loro stanno ancora investendo sulle edizioni paper only, ovvero contenuti solo ed esclusivamente cartacei, alzando comunque l’asticella anche nella loro versione online».

Come caporedattore di Repubblica ti sei trovato ad affrontare dei cambiamenti che potremmo definire epocali per un gruppo editoriale con una storicità così importante. Sotto la tua direzione è stato realizzato un nuovo font per il quotidiano, è stato rivisto lo stile e la grafica degli inserti e ne sono stati creati di nuovi a partire da zero come Robinson. Che difficoltà hai incontrato nell’affrontare questo importante cambiamento di paradigma in un gruppo editoriale che ha ancora il forte retaggio culturale dei suoi fondatori?

«Arrivavo da una redazione – azienda, come può essere definito Il Sole 24 Ore, e sono approdato in una realtà evoluta che aveva proprio voglia di cambiare. Quello che è stato importante è aver avuto da subito la fiducia della redazione. Repubblica è una realtà simile a una famiglia, con un’atmosfera meno aziendalista e priva delle decine di step di approvazione canonici di un grande gruppo editoriale. I tempi di un quotidiano ti costringono a dover fare tutto in un arco temporale ristretto. Questa abitudine ha coinvolto anche il mio lavoro ed avere solo il direttore responsabile e i vicedirettori come figure atte a prendere decisioni ha velocizzato tantissimo il processo di cambiamento. Non pensavo che saremmo stati in grado di revisionare un giornale intero, i suoi caratteri, i suoi supplementi. È stata una vera e propria rivoluzione. L’obiettivo che ci eravamo imposti era quello di allargare la fascia dei lettori grazie a un giornale più contemporaneo nello stile e nei contenuti e con uno sguardo più europeo. Questo successo però si scontra con la difficoltà nell’incrociare le fasce più giovani di pubblico, giovani che ad oggi sembrano restii alla carta stampata.

 

«La gente non esce più per andare in edicola a comprare il giornale, è il giornale che deve andare a trovare le persone». Francesco Franchi

«Se andassimo ora in un’aula universitaria e chiedessimo agli studenti quanti leggono un quotidiano o un settimanale nessuno alzerebbe la mano. Oggi il giovane di valore scrive il suo editoriale e si esprime un canale differente, e mi sto riferendo ai social network, perché non trova nessuno spazio all’interno di una redazione».

Se da domani avessi la possibilità di creare e dirigere un tuo progetto editoriale, a cosa ti dedicheresti?

«È una cosa a cui penso da tempo. Punterei a realizzare un settimanale, perché credo si tratti di un settore ancora scoperto qui in Italia. Ad oggi manca un progetto editoriale che parli a quella fascia di età compresa tra i trentacinque e i quarantacinque anni. Dovrebbe essere un settimanale capace di parlare a questa specifica generazione alla quale manca da troppo tempo un prodotto di questo tipo. Si tratta di persone che subiscono ancora il fascino del cartaceo e vogliono comprare la qualità in un magazine. E avverto anche una forte necessità di cambiare il canale di distribuzione dei giornali. Come hanno già dimostrato realtà come Delieroo, Foodora e altri nel food, il canale on demand è quello da presidiare se si vuole avere una speranza di invertire la tendenza. La gente non esce più per andare in edicola a comprare il giornale, è il giornale che deve andare a trovare le persone. Dobbiamo trovare soluzioni per il futuro, e per trovarle bisogna provare e riprovare, mettendo preventivamente nel conto anche qualche fallimento durante il percorso.

Oltre a un Francesco Franchi mapmaker, troviamo anche un Francesco ciclista. Nel nostro primo incontro eri reduce da un infortunio occorso proprio mentre ti cimentavi ne “L’eroica”, la kermesse ciclistica nella terra del Chianti che ha riportato in auge il ciclismo epico del secolo scorso.

«Esatto, in quell’occasione un corridore polacco pensò bene di “planarmi” (sorride amaramente, ndr.) addosso in discesa, lasciandomi a terra con sette fratture tra cui il femore. Tralasciando questi inconvenienti, la mia passione per la bici nasce da bambino e mi ha accompagnato per tutta la giovinezza. Ho ripreso in mano le due ruote circa quindici anni fa. È il mio personale e privato momento di stacco, che mi permette di sconnettere con il mio mondo di grafica, infografica e magazine per tuffarmi appieno in quella che definisco la “cliclosofia”. La bici non è il mezzo che uso per spostarmi tutti i giorni, non la considero per questa funzione. È la mia valvola di sfogo, quella bellissima seconda vita che inizia dopo il lavoro e che fa bene all’anima».

 


Articolo: Mauro Farina    Shooting fotografico: Adriano Mujelli 

 

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Mauro Farina
Mauro Farina

Founder - Creative Content Manager

Altoatesino di nascita, bolognese nel cuore e veronese d’adozione, vive in simbiosi con la sindrome del bambino di fronte alla vetrina del negozio di giocattoli. Vorrebbe comprare tutto, ma non potendoselo permettere sublima raccontando ciò che divora con gli occhi.

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