Luca Barcellona, Calligrafo: l’importanza delle decisioni prese d’istinto

Luca Barcellona è il calligrafo probabilmente più conosciuto in Italia ed Europa. Ci ha aperto le porte del suo studio per parlarci non solo di calligrafia, ma anche di decisioni prese d’istinto che cambiano un’intera vita.

“Non ricordo un momento esatto in cui, da semplice passione, scrivere si è trasformato per me in un lavoro. Ho cominciato a lavorare a diciassette anni, mentre ancora studiavo. Ho fatto molti mestieri in passato, tra cui alcuni molto umili. Il mio principale interesse all’epoca erano i graffiti: disegnare lettere tutto il giorno, proprio come ora, anche se lo facevo in maniera completamente istintiva. Come molti miei coetanei, passavo le ore a progettare i bozzetti di quella che poi avrebbe visto la luce su un treno o in qualche angolo della città”.

Rileggo rapidamente l’incipit di “Take your pleasure seriously”, la sua biografia, prima di bussare alla porta del suo studio.

Non è la prima volta che incontro Luca Barcellona: lo conobbi a Verona qualche anno fa al termine di un workshop al quale, data la mia manualità pressoché nulla, non mi sarei permesso di partecipare. In quell’occasione acquistai il suo libro e rimasi ad ammirare il suo autografo sulla terza di copertina. Non si trattava di una semplice firma. Era un’opera d’arte.
Luca Barcellona, ​​39 anni, è a ragione considerato uno dei più grandi calligrafi sulla scena internazionale. Grazie alla sua capacità di combinare il lettering classico con l’influenza creativa della street art e dei graffiti, Luca ha dato un contributo determinante alla rinascita della calligrafia nella cultura visiva odierna.
Iniziò da ragazzo a “taggare” i treni della metropolitana e a disegnare graffiti nei contesti urbani di Milano. Dopo essersi diplomato al liceo, dove aveva preso lezioni di graphic design, si iscrisse a corsi serali mentre lavorava in un negozio di articoli musicali. Dedicando il suo tempo libero per esercitarsi pazientemente nella calligrafia, iniziò presto a realizzare piccoli lavori su commissione. Ad oggi Luca Barcellona vanta svariate collaborazioni con alcuni tra i brand più rinomati (Carhartt, Nike, Dolce & Gabbana solo per citarne alcuni), i suoi lavori sono stati esposti in numerose mostre personali e collettive e sono apparsi in decine di pubblicazioni. Lo studio di Luca Barcellona è a poche decine di metri dal Naviglio Pavese, quel tratto di canale in prossimità di uno dei luoghi più in voga della movida milanese, ma ancora abbastanza lontano per non esserne invaso.

L’ingresso è posto all’interno della corte di un condominio che, per un attimo, mi lascia immaginare una Milano operaia ormai sparita per sempre. Il colpo d’occhio è notevole anche per un profano della materia: librerie stipate di volumi di calligrafia, lettering e illustrazioni, boccette di inchiostro, scatole e astucci pieni di pennelli, spatole e punte. Una ragguardevole collezione di dischi a fianco di due giradischi collegati a un mixer tradiscono la passione di Luca per il vinile (è autore di numerose copertine per lp della scena hip hop nazionale oltre che a dilettarsi come DJ). Appoggiate ai muri, una serie di locandine cinematografiche anni ’60.

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«Adoro le locandine di quel periodo sia per il fatto che fossero tutte dipinte sia per le storie che raccontavano. Tutto il lettering veniva realizzato dal pittore stesso. Mi piacciono le locandine dei film italiani per il loro aspetto “grezzo” rispetto a quello decisamente più patinato della cinematografia americana. Il lettering usato in Sciuscià non è bello e perfetto come quello presente in un film di Humprey Bogart però mi interessa perché è parte integrante del background storico e culturale del nostro Paese. Se devo andare a trovare ispirazione la vado a cercare dove più mi sento affine in termini di radici della mia di storia».

Luca, una delle cose che mi ha colpito maggiormente non appena sono entrato nel tuo studio è stata la serie di strumenti che utilizzi per i tuoi lavori: pennelli, spatole, punte di balsa, pennini a lamelle parallele. Alcuni di questi sembrano unici nel loro genere, come se fossero stati a loro volta personalizzati. Si può dire che ci sia ulteriore artigianalità in una professione, quella del calligrafo, che fa dell’artigianalità il suo biglietto da visita?

«Credo che la scrittura sia sempre in evoluzione e che contestualmente si evolvano anche i relativi strumenti. Come per la scrittura, anche nella calligrafia un pennino o una penna d’oca non vengono utilizzati ormai da tempo. Persino la penna biro potrebbe essere soppiantata in breve tempo come strumento principale perché abbiamo già a nostra disposizione una serie infinita di nuovi device digitali per scrivere.

La calligrafia è un ambito particolare dove si è soliti utilizzare strumenti già esistenti oppure ripensarli e modificarli per adattarli al meglio alle proprie esigenze. Nel corso degli anni mi sono fatto costruire artigianalmente svariate punte di balsa che diventano spatole e che mi  permettono di realizzare il tratto che desidero. Ora, con il ritorno in auge della calligrafia questi strumenti sono abbastanza diffusi; quando iniziai io li trovai in Inghilterra, dopo mesi di ricerche.

«Ci sono strumenti che possono essere solo ed esclusivamente “tuoi”, come un pennello le cui setole si sono ormai separate. Non si tratta di qualcosa che si è “rovinato” ma, al contrario, utilizzandolo donerà un tratto di inchiostro che sarà solo e soltanto tuo». Luca barcellona

Quello degli artigiani è un mondo che non smetterà mai di stupirmi. Anni fa andai a tenere un workshop a Schwerte, un paesino sperduto della Germania. La sera mi portarono a cena da un signore che mi mostrò il suo laboratorio casalingo dove realizzava strumenti per calligrafi. Non aveva una pagina web, nessun modo per poterlo contattare se non conoscendolo personalmente. Mi fece provare diverse spatole e porta spatole. Il giorno dopo realizzò per me uno strumento speciale e unico nel suo genere da usare per i murales.

Ci sono poi strumenti che possono essere solo ed esclusivamente “tuoi”, come un pennello le cui setole si sono ormai separate. Non si tratta di qualcosa che si è “rovinato” ma, al contrario, utilizzandolo donerà un tratto di inchiostro che sarà solo e soltanto tuo. Una cosa molto diversa da un’imperfezione, come a primo impatto potrebbe sembrare»

Hai un background nella calligrafia e nel lettering riconosciuto a livello internazionale. Che sensazione provi a essere considerato un punto di riferimento in questo ambito?

«Insegno calligrafia ormai da una quindicina d’anni e grazie all’insegnamento ho avuto modo di girare il mondo. Col tempo ho percepito come, grazie anche al mio contributo, iniziassero a proliferare gli studi di calligrafia e, quindi, calligrafi che si erano formati con me e che traevano apertamente ispirazione dai miei lavori. All’inizio ho avuto la sensazione che mi copiassero, ma poi ho ripensato ai miei inizi, a quando ero semplicemente un writer e i calligrafi mi etichettavano come quello che imbrattava i muri. Quando decisi di cambiare, riprendendo i miei studi di grafica e dedicandomi alla calligrafia classica, iniziai a frequentare i maestri più anziani. Una volta acquisita una certa capacità e dimestichezza percepii il desiderio di dire la mia prendendo ispirazione da fonti come i manoscritti e la calligrafia del Novecento. Ecco, quando studi queste cose, quando hai la possibilità di conoscere e capire l’arte degli antichi maestri di questa disciplina ti rendi conto di essere un nano appoggiato sulle spalle di giganti. Il mio contributo, se così si può dire, è stato quello di unire il linguaggio del writing con quello della calligrafia. Ora il fatto che nuove leve di calligrafi si ispirino ai miei lavori mi dà un senso di gratificazione. Si ha come la sensazione di continuare a correre senza fermarsi ma, guardandosi indietro, scorgere comunque le persone che ti seguono».

Nella tua biografia “Take you pleasure seriously” racconti di aver frequentato i corsi di una scuola di grafica dove si parlava già di digitale e animazione mentre tu volgevi la tua attenzione ai vecchi maestri dell’illustrazione. Credi che questo processo di digitalizzazione delle nostre vite, e quindi della creatività, sia inarrestabile?

«Sono entrato in una scuola di grafica dove si realizzava tutto a mano e ne sono uscito che si faceva tutto al computer. Oggi viviamo un’epoca di vera e propria “overdose” digitale e, come già ampiamente sperimentato in passato, vi è anche una reazione esattamente contraria. Il bello, secondo me, è capire che nessuno dei due mondi, quello digitale e il cosiddetto analogico, esclude l’altro. Si hanno semplicemente nuovi strumenti a disposizione che non necessariamente vanno a soppiantare quelli vecchi.

«Ho avuto occasione di sperimentare la realtà virtuale: i gesti che faccio con un visore e un guanto tattile sono gli stessi che farei con un pennello in mano. Sarebbe semplicemente stupido non utilizzarli. Quando si smette di comprendere la contemporaneità, ecco, è proprio quello il momento in cui si diventa vecchi. Non si rimpiangono le carrozze perché ora abbiamo le automobili». luca barcellona

Finché esisterà un produttore di inchiostro io continuerò a comprarlo e a utilizzarlo. Ho avuto occasione di sperimentare la realtà virtuale: i gesti che faccio con un visore e un guanto tattile sono gli stessi che farei con un pennello in mano. Sarebbe semplicemente stupido non utilizzarli. Quando si smette di comprendere la contemporaneità, ecco, è proprio quello il momento in cui si diventa vecchi. Non si rimpiangono le carrozze perché ora abbiamo le automobili».

In una tua passata intervista fai riferimento al tuo lavoro come il mezzo per lasciare un segno della tua presenza attraverso gli inchiostri che riflette il tuo stato d’animo, accettando anche l’imperfezione.

(Prima di rispondere alla domanda Luca Barcellona mi fa cenno di avvicinarmi al suo tavolo da lavoro. Prende un foglio e un pennarello e inizia a disegnare alcune lettere. Mi aspetterei un gesto fluido, rapido e uniforme e invece no: in questo momento Luca si sta immedesimando in un suo allievo e, disegnando, sta spiegando a un profano come me il senso dell’imperfezione).
«Quando insegno calligrafia i miei allievi, esercitandosi, credono di sbagliare e cercano di ripassare il tratto oppure di riprenderlo. Quello che mi sforzo di spiegare ai miei studenti è il concetto dell’importanza del gesto. In ogni gesto che si fa è ovvio che ci possano essere delle imperfezioni perché più uno scrive più aumentano le probabilità di commettere un errore. Ma quell’eventuale errore è parte integrante del momento in cui si esegue quel gesto: tornare indietro non avrà più il significato di lasciare un tuo segno, ma semplicemente la volontà di correggere un disegno. Un po’ come avere la presunzione di poter tornare indietro nel tempo. L’imperfezione deve portare a costringerti a pensare prima di agire. Questo concetto è onnipresente nella filosofia orientale. Più un’azione è rapida più richiede preparazione: la giusta respirazione, la giusta concentrazione. Ciò che è stato disegnato non è più da ritoccare perché rappresenta il proprio stato d’animo in quel preciso momento. Per tirare fuori uno stile pazzesco è necessario allenarsi, oppure il risultato corrisponderà esattamente a ciò che si è capaci di fare».

Nella tua biografia così come nei tuoi workshop fai spesso riferimento ai maestri da cui hai tratto insegnamenti e ispirazione. Tralasciando per un momento la tecnica, sapresti individuare alcuni degli insegnamenti fondamentali che ti hanno lasciato?

«Hermann Zapf mi ha insegnato il valore del contemporaneo. Sosteneva che la calligrafia va di pari passo con quelli che sono i nostri gusti. Pensiamo solo a quante volte in questi decenni è cambiato il modo di presentare un piatto in un ristorante di lusso o come sono cambiati l’architettura e il design. Ecco, la tipografia segue le stesse dinamiche.

Parlando di calligrafia in senso stretto tutti rimangono stupiti dallo stile gotico, ma poi a livello commerciale nessuno lo chiede. Oggi si vuole una scrittura a pennello che dia l’idea di maggiore freschezza, qualcosa che possa identificare chiaramente la manualità del lavoro. Se sbagli il tipo di lettering sbagli anche il messaggio che vorresti trasmettere.

«Se hai una visione positiva delle cose e riesci a influenzare delle persone in questa visione stai già migliorando un pezzetto di mondo. La vera individualità sta nel capire come stai tu e cosa vuoi veramente. È un concetto che va bel oltre il semplice desiderio di fare il lavoro dei tuoi sogni». Luca barcellona

Tra i tanti altri maestri che potrei nominare, non posso non menzionare Giovanni de Faccio: da lui ho capito l’importanza del momento in cui agisci, il cercare di più il pensiero prima dell’azione, prima di pensare di rifare o rimediare. Perché gli errori derivano quasi sempre da un mancato pensiero preventivo. È un concetto molto affine alla spiritualità orientale di cui sono un ammiratore.


Se hai una visione positiva delle cose e riesci a influenzare delle persone in questa visione stai già migliorando un pezzetto di mondo. La vera individualità sta nel capire come stai tu e cosa vuoi veramente. È un concetto che va bel oltre il semplice desiderio di fare il lavoro dei tuoi sogni».

Da profano non posso non pensare a come possa essere simbiotico il rapporto di un calligrafo con la carta.

«Credo che in un’altra vita verrò sicuramente punito per quanta ne ho buttata (ride ndr.). Durante un viaggio in Giappone ho avuto la possibilità di usare le tavolette grafiche di nuova generazione: ancora non sono assimilabili completamente a un vero strumento manuale, ma arriveranno presto a simularlo in tutto e per tutto. Ho pensato, però, che mi sarei impigrito usando solo la tecnologia, per cui ho deciso di fare ancora tutto a mano. Certo non posso fare a meno di notare che alcune cose stanno cambiando.

Una delle carte preferite da noi calligrafi, ad esempio, non viene più prodotta ed è disponibile solo su ordinazione. Questa cosa mi ha fatto riflettere. Penso però anche al fatto che in Giappone l’azienda che produce il pennino a lamelle parallele non riesce a stare dietro alle richieste. Per questo credo che non si possa predire nulla su quel che avverrà in futuro. Certo è che avere a disposizione una carta capace di regalare una forte sensazione tattile fa tutta la differenza del mondo e dà valore all’opera stessa che è stata stampata sopra».

Il titolo della tua biografia è un imperativo che invita a prendere molto sul serio le proprie passioni, una frase che mi è ritornata alla mente soprattutto quando racconti il periodo in cui alternavi il tuo lavoro in un negozio di elettronica con la tua attività di calligrafo, destreggiandoti tra giorni di ferie e permessi fino ad arrivare al momento in cui hai deciso di provare a seguire fino in fondo la tua strada..

«Quando da lavoratore dipendente con un mutuo sulle spalle andai dal mio capo per licenziarmi dicendo: “Vado a fare il calligrafo” la risposta suonò pressappoco come un: “Ma che cazzo stai dicendo?”. Mentirei se dicessi che ero sicuro di farcela. Però in qualche modo ho colto un momento di coraggio misto all’incoscienza di seguire l’istinto.

«La cosa peggiore in assoluto è rimanere nel piattume: quella zona grigia dove vivono coloro che sperano in una svolta e non si mettono mai in gioco per far sì che quella svolta accada». Luca Barcellona

Siamo sempre dettati dal raziocinio e dal buonsenso anche solo per un semplice motivo: i gesti d’istinto non trovano facile comprensione e condivisione. Quando sei appassionato e credi che quella sia l’unica strada da intraprendere ti togli ogni alibi, perché hai fame. L’agio non porta mai la creatività. L’inquietudine derivata dagli attentati dell’11 settembre ha portato un nuovo scenario di creatività.

La cosa peggiore in assoluto è rimanere nel piattume: quella zona grigia dove vivono coloro che sperano in una svolta e non si mettono mai in gioco per far sì che quella svolta accada».

 Articolo: Mauro Farina   Shooting fotografico: Luca Wallner 

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Mauro Farina
Mauro Farina

Founder - Creative Content Manager

Altoatesino di nascita, bolognese nel cuore e veronese d’adozione, vive in simbiosi con la sindrome del bambino di fronte alla vetrina del negozio di giocattoli. Vorrebbe comprare tutto, ma non potendoselo permettere sublima raccontando ciò che divora con gli occhi.

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