Silvio De Rossi, Digital Strategist: galeotta fu New York

Silvio De Rossi - Museo Alfa 12

Silvio De Rossi è blogger, giornalista, influencer e fondatore di Stylology.it. In questa intervista ci ha raccontato la sua storia e ci ha offerto una visione sul futuro del web.

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Varcare la soglia del Museo Storico Alfa Romeo di Arese equivale a immergersi in un’alchimia di emozioni. Non stiamo parlando solo di un luogo dove sono custodite leggende a quattro ruote, ma di un vero e proprio viaggio attraverso i modelli che hanno lasciato un segno indelebile sia nella storia dell’automobilismo mondiale che in quella del nostro Paese. Un’esposizione unica di icone con lo stemma del Biscione, ognuna delle quali capace di trasmettere a chi le ammira una sensazione profonda di stile ed eleganza. In questo contesto, Silvio De Rossi ci appare subito perfettamente a suo agio quando lo raggiungiamo nella hall di ingresso. Silvio, oltre a definirsi “un blogger, ma anche un po’ giornalista”, è un influencer e un digital strategist di lungo corso.

La scelta del Museo Storico Alfa Romeo come luogo per il nostro incontro non è stata casuale, data la sua profonda passione per il settore automotive che lo ha portato, in tempi recenti, a realizzare il progetto Stylology.it, un magazine online che racconta tutto ciò che accade nel mondo digitale da un punto di vista curioso, veloce e accattivante. In questo progetto trova ampio spazio il mondo delle automobili grazie ai contenuti (video e test drive) prodotti da Silvio De Rossi in collaborazione con svariati brand.

Silvio, ci piacerebbe iniziare questo nostro colloquio ricostruendo il percorso, di vita e professionale, che ti ha portato a diventare un Digital Strategist di rilievo.

Faccio sempre molta fatica a dare un’etichetta definita alle mia attività in campo digitale. La mia estrazione culturale nonché la mia laurea in architettura d’interni possono sembrare quanto di più lontano dalle attuali professioni sorte in quest’ultimo decennio grazie all’evoluzione del web e dei social network in particolare.

In linea di massima mi considero un esperto di strategie digitali, oltre che un umile blogger, ma tutto ciò che faccio ha confini così labili da rendere difficile qualsiasi definizione. Il fattore determinante che mi ha guidato nel percorso intrapreso per diventare ciò che sono ora è sintetizzabile in una sola parola: passione. Come quella per il calcio, ad esempio, coltivata fin da bambino, che mi ha portato a lasciare un comodo e sicuro lavoro da architetto per intraprendere l’avventura del giornalismo sportivo. All’epoca, lo confesso, avevo totalmente ignorato quella prima fase di fermento digitale che aveva portato alla nascita e al fiorire dei primi esperimenti di blogging in Italia. Iniziai ad accorgermi di come e quanto la comunicazione stesse cambiando radicalmente solo nel 2006, in occasione di un viaggio a New York. Alcuni amici iniziarono a parlarmi di blog e di blogger e di come questi ultimi fossero considerati dei watchdogs, ossia dei guardiani dell’informazione: una sorta di contraltare e di voce critica scevra, o quasi, dai condizionamenti.
Una volta tornato in Italia presi contatto con Marco Montemagno il quale, pochi mesi prima, aveva dato il via a Blogosfere.it, uno dei primi esempi in Italia di piattaforma di blog professionali e del quale sono stato responsabile editoriale. Si trattava di un progetto unico nel nostro Paese, capace in pochi anni di generare e di gestire più di 300 blog affidati a professionisti di ogni settore i quali dovevano seguire un’unica regola: parlare liberamente, ma sempre con estrema competenza. Terminata quest’esperienza, nel 2012 diventai Direttore Responsabile di Leonardo.it, un web magazine nel quale ho potuto fondere le mie competenze acquisite come blogger con quelle di giornalista. Oggi seguo a tempo pieno Stylology, il mio progetto personale di web magazine dove realizzo il mio desiderio di produrre solo e sempre contenuti di qualità e dove posso “travasare” tutte le mie passate esperienze. Il fatto di essere un architetto mi ha portato a sviluppare un particolare gusto per l’estetica e il design che riesco a traslare nell’ambito della produzione video. Ho imparato col tempo a tradurre questa mia attitudine nel moderno linguaggio del web.

Da uno sguardo accurato al tuo progetto Stylology non si può non notare una particolare attenzione nella scelta e nell’utilizzo di alcune parole, segno distintivo di chi di questo strumento ne ha fatto la propria vita e professione. Ci puoi raccontare brevemente qual è la tua visione del mondo della Digital Strategy e, più nello specifico, il tuo punto di vista personale del mondo dell’editoria online?

Prendo a prestito una citazione di Nanni Moretti in “Palombella Rossa”: come per il protagonista di quel film, anche per me “le parole sono importanti”. Sono convinto del fatto che sia sempre necessario avere estrema cura nella scelta dei termini da utilizzare per dire esattamente quello che si vuol dire, senza dare adito a fraintendimenti. Quando scrivo un post o realizzo un video cerco di immaginare ciò che un utente vorrebbe vedere, leggere o ascoltare, perché credo che sia l’unico metodo efficace per poter produrre un contenuto di qualità.

«Sono convinto del fatto che sia sempre necessario avere estrema cura nella scelta dei termini da utilizzare per dire esattamente quello che si vuol dire, senza dare adito a fraintendimenti». Silvio De Rossi

Al contempo ritengo che oggi la stragrande maggioranza dei portali di informazione web tradizionali siano ormai obsoleti, con contenuti letteralmente annegati da spot e banner pubblicitari estremamente invasivi che fanno perdere inevitabilmente all’utente il filo del discorso.


Credo che oggi sia essenziale lavorare su contenuti di qualità capaci di mandare un messaggio pubblicitario, ma anche di colpire l’utente emozionandolo o divertendolo. E, ragionando in quest’ottica, vedo nella realizzazione di un buon contenuto video caricato su Youtube una delle risposte più adeguate a queste due esigenze. Se un utente apprezza un video, lo condivide con i suoi amici attraverso le principali piattaforme social, e sono le successive condivisioni la dimostrazione che l’obiettivo di chi ha realizzato il video è stato raggiunto. Naturalmente è necessario prestare particolare attenzione alla selezione del target di riferimento, che deve essere ben delineato e circostanziato minimizzando il rischio di sprecare risorse. Una volta definiti i confini dell’audience che vogliamo raggiungere si può dare il via alla messa a punto e allo sviluppo di un progetto specifico.

Oggi la comunicazione nel web è invasa da blogger, influencer, opinionisti, giornalisti e tuttologi più o meno improvvisati. In base alla tua esperienza sei in grado di trovare uno scenario comune in cui riuscire a collocare tutte queste figure o, a tuo parere, rimangono completamente dissociate tra loro?

Ho la fortuna di aver fatto il giornalista professionista per diversi anni, ma oggi mi sento e mi ritengo un blogger a tutti gli effetti, nonostante ancora oggi tantissime persone in Italia, tra cui i miei genitori (ride, n.d.r.), non conoscano ancora bene la differenza tra queste due figure professionali. Differenza che si può riassumere in una frase: il giornalista fa informazione, il blogger fa comunicazione.

E io, come blogger, sono editore e al contempo direttore responsabile di me stesso. Nell’odierna diatriba tra il mondo del giornalismo e quello del blogging ho la sensazione che il primo percepisca sempre più l’avanzata del secondo e la conseguente invasione del proprio campo d’azione. Per questo motivo i blogger, e i flussi comunicativi da loro generati, sono vissuti dai giornalisti come una potenziale minaccia per la propria sfera di competenza. In realtà i blogger non sono nemici di nessuno e tantomeno dei giornalisti (e viceversa) perché svolgono due lavori completamente differenti. Quando si associa il termine “blogger” a quello poco edificante di “marchetta” in funzione dispregiativa, mi viene da sorridere perché non è una definizione che rispecchia il mio modo di essere e di lavorare. Io porto avanti progetti di comunicazione solo se mi piacciono e solo se mi interessano. Se un prodotto, a mio avviso, non merita attenzione o è molto lontano dal mio stile e dalla mia filosofia di vita non lo pubblicizzerò mai. Quello che gli utenti trovano in Stylology altro non è che quello che piace a Silvio De Rossi, senza nessuno spazio per i compromessi.

Ai vari seminari che si tengono a cadenza quasi settimanale in Italia sul mondo della Digital Communication, il tema più ricorrente è sintetizzato nella frase “Content is King”. Se questo era vero soprattutto qualche anno fa, ora è stato necessario aggiungere “…but context is Queen”. Sei anche tu d’accordo con questa affermazione?

Il contenuto è fondamentale, ma il contesto lo è altrettanto. Quando si approccia un progetto editoriale è necessario conoscere prima le esigenze del pubblico a cui ci si riferisce. Una volta individuate, si può iniziare a imbastire una strategia di contenuti capaci di rispondere in maniera efficace a tali esigenze, senza però commettere l’errore fatale di sovrastimare la soglia di attenzione che, secondo gli ultimi studi, sta diventando sempre più bassa.

Credo che il web, nell’arco di un triennio, diventerà un mainstream globale molto diverso rispetto a oggi: un universo digitale fatto quasi esclusivamente di video sempre più brevi e rapidi da assimilare. Alla luce di questo scenario, l’obiettivo di chi produce contenuti sarà quello di elaborare video in cui, in pochi secondi e con uno stile comunicativo simpatico e accattivante, si riesca a diffondere un contenuto che abbia tutte le potenzialità per diventare virale e imbattibile partendo da quello che il target di riferimento cerca e vuole vedere.

Spesso le aziende hanno difficoltà a tradurre le parole in numeri. Dall’alto della tua esperienza come Digital Strategist quali sono per te i principali fattori da tenere in considerazione quando si elabora una strategia editoriale? E, in particolare, quali sono le variabili da tenere come riferimento per valutare la buona riuscita o meno di un progetto editoriale?

Sovente mi scontro con clienti che vogliono essere rassicurati dai numeri e mi chiedono di elaborare previsioni sull’effettiva efficacia di conversione di un video in termini di contatti o vendite reali. Nella maggior parte dei casi una domanda simile mi spinge a rifiutare il progetto e non proseguire la collaborazione. Questo accade perché spesso gli amministratori delegati delle aziende non sono in grado di cogliere due aspetti fondamentali del modo di fare comunicazione digitale oggi: da una parte il bisogno di sperimentare nuovi strumenti e nuovi linguaggi della comunicazione digitale, dall’altra la necessità di investire scientemente e con metodo nel Branding. Soprattutto quest’ultimo aspetto è imprescindibile: se l’obiettivo di un’azienda è quello di diventare un brand di tendenza, c’è bisogno di costruire un’immagine accattivante e per farlo bisogna necessariamente investire.

«Credo che il web, nell’arco di un triennio, diventerà un mainstream globale molto diverso rispetto a oggi: un universo digitale fatto quasi esclusivamente di video sempre più brevi e rapidi da assimilare». Silvio De Rossi

Per quanto riguarda le variabili da considerare per la buona riuscita di un progetto editoriale, come prima cosa un’azienda deve partire con le idee chiare sulle proprie aspettative. In secondo luogo deve conoscere il proprio target di riferimento ed infine deve avere ben in mente il tipo di risultato che desidera raggiungere, come ad esempio il numero di persone raggiunte attraverso i contenuti pubblicati. Solo dopo aver stabilito chiaramente gli obiettivi è possibile iniziare lo sviluppo di un certo tipo di progetto, tenendo sempre in mente il fatto che anche un video di successo caricato su YouTube non potrà mai dare la certezza di un successo in termini di vendite o il guadagno esatto in proporzione all’investimento effettuato. Quello che, invece, è misurabile con precisione è il grado di sentiment in rete generato dal video in favore del brand stesso.

Sei stato tra i primi a scommettere sui video come medium per contenuti di valore. Come è cambiato il tuo stile nel corso degli anni?

Agli albori di YouTube la peculiarità risiedeva nello stile amatoriale con il quale si realizzava un video: era questo il motivo per cui la gente si appassionava ad essi. Ricordo che in quel periodo andavo in giro con una piccola telecamera a raccontare semplicemente quello che mi succedeva, in una sorta di Instagram Stories ante litteram. Com’era naturale che fosse, nel corso degli anni la qualità è aumentata notevolmente: oggi se si vuole sperare di realizzare un contenuto video di valore bisogna avere alle spalle non solo un’idea, ma anche un’organizzazione e una trama carica di significato.

Oltre a questo, c’è bisogno di proporre qualcosa di esteticamente bello ma estremamente rapido da assimilare. Ecco perché oggi le webseries raggiungono livelli di viralizzazione molto elevati.

Passione per lo sport, i motori e le nuove tecnologie: come riesci a declinare questi mondi nella tua professione?

Sono un privilegiato perché non sono in grado di distinguere i confini tra il mio lavoro e le mie passioni. Mi ripeto spesso di essere estremamente fortunato ad alzarmi al mattino e uscire di casa per andare a divertirmi: un divertimento che mi garantisce uno stipendio. Tutta la mia vita professionale è sempre stata favorevolmente condizionata dalle mie passioni: diventai un giornalista sportivo perché adoravo il calcio e, quando ho iniziato ad appassionarmi al web, la comunicazione digitale è diventata la mia nuova professione.

La nostra vita è unica e irripetibile. Meglio è per tutti, e più saggio, che lungo questo meraviglioso viaggio ognuno di noi si crei le condizioni per divertirsi tutti i giorni declinando il più possibile le proprie passioni e aspirazioni verso il proprio lavoro. Io ho avuto il privilegio di riuscirci, e non posso che esserne felice.


Shooting fotografico: Simone Toson  

Si ringrazia lo staff del Museo Storico Alfa Romeo per la disponibilità e collaborazione.

La rubrica di storytelling dei protagonisti della digital strategy e dei social media è realizzata in collaborazione con Socialmeter Analysis, la piattaforma di analisi in grado di soddisfare le esigenze delle imprese che vogliono veder crescere il proprio business sfruttando le potenzialità della comunicazione digitale.

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