Silva Fedrigo & Alessandro Marotto, Rodaggio Film: storie e pellicole a due ruote

Silva Fedrigo e Alessandro Marotto della Rodaggio Film su BMW d'epoca

Silva Fedrigo e Alessandro Marotto hanno fondato la prima società italiana di distribuzione cinematografica a tema motociclistico. E hanno iniziato a parlarsi durante una rassegna di cinema… muto.

Guardarsi, avvicinarsi, trovarsi l’un l’altro e sentirsi. E iniziare a condividere un percorso di vita capace di intrecciare sentimenti, passioni e lavoro comune. Alessandro Marotto, vicentino capitato a Bologna per scrivere la tesi quando faceva il tirocinio per il laboratorio di Restauro della Cineteca felsinea, e Silva Fedrigo, pordenonese e laureata in Scienze della Comunicazione, non sono solo coppia nella vita di ogni giorno ma, uniti anche dalla passione per le due ruote, sono l’anima di Rodaggio Film, la prima società di distribuzione cinematografica italiano a tema motociclistico. Attraverso Rodaggio Film, Silva Fedrigo e Alessandro Marotto scovano dai migliori film festival del mondo, promuovono e distribuiscono produzioni indipendenti, documentari, film rari o perduti interamente dedicati alla cultura delle due ruote. Come hanno iniziato quest’avventura? Con un gesto semplice e allo stesso tempo azzardato: hanno mandato una mail.


Li abbiamo incontrati alla Cineteca di Bologna per farci raccontare la loro storia.

Iniziamo la nostra chiacchierata chiedendovi come è nata in voi la passione per le moto.

Alessandro: «posso dire di esserci quasi nato su una moto. C’è un’immagine che mi piace ricordare: avevo due mesi ed ero sorretto da mia madre, che mi teneva seduto sul sellino della BMW r75 di mio padre, che non solo mi ha trasmesso ma mi ha anche accompagnato nel vivere questa passione. Spesso vengo a sapere di persone che vendono la propria motocicletta una volta diventati genitori. Lui, invece, fece proprio il contrario, passando da un 500 cc fino ad un 900 di cilindrata alla nascita di mia sorella. Posso quindi dire di andare in moto da sempre. Non ho mai posseduto una moto “moderna”, quelle d’epoca mi hanno sempre trasmesso maggiore feeling e vicinanza al mio modo di essere. Un modo d’essere che mi ha portato in passato a prendere un aspettativa di cinque mesi dal lavoro e partire per un giro in solitaria dei Paesi del Mediterreaneo. Dall’Italia alla Spagna passando per Paesi purtroppo ora off limits come la Siria e la Libia».

«Non ho mai posseduto una moto “moderna”, quelle d’epoca mi hanno sempre trasmesso maggiore feeling e vicinanza al mio modo di essere». Alessandro Marotto

 

Silva: «Escludendo un vecchio Benelli dove sedevo sul portapacchi da bambina, la passione non mi è stata tramandata dai genitori: sono giunta al mondo delle due ruote da adulta. Dopo alcuni anni da passeggera con fidanzati e amici venne il momento di prendere la prima moto. La scelta cadde su un modello d’epoca: ho da sempre un’attrazione fatale e irresistibile per le Honda Four e ne ho cercata una tutta per me. Da allora è il mio mezzo di trasporto quotidiano, con qualsiasi condizione atmosferica.
Io e Alessandro ci siamo conosciuti grazie al web e alla nostra comune passione: galeotta fu una collezione di immagini di donne in moto che avevo postato sul mio profilo Facebook. È bastata un’amicizia in comune e da lì sono iniziate le chiacchierate che ci hanno permesso di conoscerci; il nostro primo incontro è stato a Pordenone, in occasione delle giornate del cinema… muto (ride, n.d.r.)».

Quali sono stati i presupposti ed il contesto ideale per la nascita di Rodaggio Film, la vostra società di distribuzione cinematografica?

Silva: «La chiave di volta è stata la visione di “The Best bar in America”, film girato da due fratelli del Montana: un’epopea western rivisitata in chiave post moderna a bordo di un sidecar. Si tratta di un film con un serie infinita di personaggi pittoreschi, il tutto girato in autoproduzione con un budget prossimo allo zero. Negli Stati Uniti il film era diventato una sorta di cult e ne eravamo rimasti così entusiasti da prenderci l’azzardo di volerlo distribuire in Italia. Non avevamo né risorse né tantomeno esperienza nel settore».

Alessandro: «Ci siamo presi la briga di scrivere direttamente ai produttori una mail che potrei riassumere pressappoco così: “noi non siamo distributori cinematografici, ma siamo motociclisti e il vostro film ci è piaciuto tantissimo. Se ci date i diritti ci occupiamo dei sottotitoli in italiano, proviamo a farlo proiettare a Bologna, la nostra città, e dividiamo gli incassi”. Con nostra enorme sorpresa e felicità accettarono la proposta».

«Ci siamo presi la briga di scrivere direttamente ai produttori di “The Best Bar in America” una mail che potrei riassumere pressappoco così: “noi non siamo distributori cinematografici, ma siamo motociclisti e il vostro film ci è piaciuto tantissimo». Alessandro Marotto

La “prima” bolognese fu un successo. Nel momento in cui la notizia della disponibilità del film sottotitolato giunse in Italia venimmo subissati dalle richieste: sembrava proprio che avessimo svegliato una tribù di appassionati che sembrava non aspettasse altro. A tre anni dall’inizio della distribuzione del film da parte nostra, ci sono ancora proiezioni in programma».

Silva: «Con il senno del poi e l’esperienza accumulata in questi tre anni, avremmo potuto sfruttare meglio questo film creando un vero e proprio movimento di aggregazione, perché ogni proiezione diventava anche una festa con la partecipazione massiccia dei biker e degli appassionati. Siamo stati in grado di intercettare un cambiamento reale di questa comunità: il motociclista non si identifica più con lo stereotipo del “brutto e cattivo” ma, al contrario, esiste un mondo estremamente eterogeneo che è interessato a dei consumi di qualità, che acquista libri, che si interessa alla storia delle due ruote, al design e alla moda legati ad una nuova cultura motociclistica.


Il profilo attuale del motociclista si è molto arricchito di contenuti e si può trovare riscontro anche nelle ricerche di mercato dell’ultimo ventennio. Parliamo di una vera e propria “new wave”, con un mercato risorto grazie anche al ritorno in auge delle moto classiche e della moda delle café racer. Abbiamo semplicemente intercettato senza nessuna malizia un fenomeno che stava già accadendo».

«Siamo stati in grado di intercettare un cambiamento reale di questa comunità: il motociclista non si identifica più con lo stereotipo del “brutto e cattivo” ma, al contrario, esiste un mondo estremamente eterogeneo che è interessato a dei consumi di qualità, che acquista libri, che si interessa alla storia delle due ruote, al design e alla moda legati ad una nuova cultura motociclistica». Silva Fedrigo

Alessandro: «Dopo “The Best Bar in America” è capitato a ruota un altro film che si inseriva perfettamente nel mondo café racer, “The Greasy Hands Preachers”: si tratta di un documentario che traccia i profili dei più importanti customizzatori al mondo. Così, dopo il risconto positivo del primo film ci siamo detti “proviamoci più seriamente”. Perché avevamo avuto la conferma che la cosa poteva funzionare».

Ad oggi la vostra attività principale consiste, quindi, nel selezionare opere cinematografiche a tema motociclistico, distribuirle e organizzare eventi?

Alessandro: «Esatto. E la selezione non è la cosa più semplice da fare: di materiale ne troviamo in quantità, ma spesso la qualità lascia molto a desiderare. Per accettare la sfida di distribuire un lungometraggio, un film ci deve prendere alla pancia. Abbiamo un debole per le storie nascoste, insolite o troppo indipendenti per poter essere inserite in un circuito strutturato di distribuzione.
La manifestazione che ci ha fatto capire di essere sulla strada giusta è stata il Motorcycle Film Festival di NY, che seguiamo fin dalla sua seconda edizione: per capirne l’importanza, la prima edizione era stata vinta da “The Best Bar in America”.
Per quanto riguarda la nostra attività di distribuzione cinematografica e di organizzazione eventi, Milano si è mostrata fin da subito la piazza più ricettiva di casa nostra: per due anni consecutivi, durante i giorni di Eicma, abbiamo portato in Italia una selezione di film dei primi 3 anni del festival, aprendo una collaborazione con una realtà fondamentale con Deus Ex Machina, che ha creduto fin da subito al nostro progetto, e con brand come Metzeler e Pirelli. Nel 2016 abbiamo dedicato la nostra speciale selezione di lungometraggi e cortometraggi al mondo delle donne in motocicletta, che è un tema su cui lavoriamo da molto e che pensiamo potrebbe offrire molto al settore delle due ruote. Nel mondo delle moto, come dovunque d’altronde, c’è bisogno di storie da condividere, a cui affezionarsi».

Questa sorta di new wave del mondo dei biker è ancora lungi dal tramontare oppure si è già raggiunto l’apice e si rischia di assistere a breve ad un calo di attenzione sul tema e su questa rinnovata cultura motociclistica?

Silva: «Credo ci sia ancora molto da raccontare, anche in termini di prodotti filmici. In Italia ci sono delle eccellenze che ancora non sono state adeguatamente rappresentate. Penso, ad esempio, ad una figura unica nel suo genere come il customizer Roberto Totti, famosissimo all’estero ma poco noto dalle nostre parti. Abbiamo assistito negli ultimi anni ad un proliferare di officine, marchi e realtà specializzate nella customizzazione. A loro si sono accodati marchi che hanno iniziato a cogliere questa rinnovata tendenza. Alcune delle nuove realtà vorrebbero configurarsi come dei veri e propri brand ma siamo ancora ben lontani dal tipo di impatto comunicativo che vediamo nei progetti stranieri. Basti pensare al lavoro di comunicazione, immagine e stile di un brand come Deus Ex Machina, ad esempio.
Lo stesso ritardo vale, purtroppo, per alcune delle nostre storiche case motociclistiche. Quando abbiamo messo online il trailer de “I fidanzati della Morte”, film ambientato nel mondo delle corse degli anni ’60 e che siamo in procinto di restaurare, abbiamo ottenuto in pochi giorni centinaia di migliaia di visualizzazioni. Ci hanno scritto da ogni parte del mondo per ottenere informazioni: si trattava nella grande maggioranza dei casi di seguaci di marchi italiani come Moto Guzzi e Gilera, ampiamente presenti nel film. Esiste un patrimonio enorme di appassionati di marchi dall’enorme fascino e valore storico che i marchi stessi stentano a comprendere e a valorizzare. Eppure si tratta della nostra storia industriale, spesso densa di episodi e personaggi affascinanti».

Parliamo ora del vostro ultimo progetto: la distribuzione del film I Fidanzati della Morte e il restauro della pellicola originale che è stato reso possibile anche grazie al supporto di una campagna di crowdfounding.

Alessandro: «Si tratta di un film diretto da Romolo Marcellini, rimasto nascosto, dimenticato, invisibile per sessant’anni. Un film di finzione, ma girato dal vero durante le corse, quelle autentiche, il motoGP a Monza, la Milano – Taranto, le competizioni di sidecar e motocross. Con anche scene girate all’interno degli stabilimenti Guzzi, in cui vediamo la vera vita della fabbrica, la galleria del vento, i prototipi da record, i test, gli uffici degli ingegneri, la messa a punto dei mezzi, la discussione delle strategie di gara… Insomma, un vero Eldorado di un’epoca mitologica, in cui Guzzi, Gilera e Mondial primeggiavano a livello mondiale per innovazioni e risultati sportivi. Non esiste un altro film così, così tanto denso di contenuti per chi ama la storia del motociclismo».

 

Silva: «In più nel film compaiono tutti i più grandi nomi delle corse del tempo: Geoffrey Duke, Libero Liberati, Bill Lomas, Enrico Lorenzetti, Reg Armstrong, Stanley Woods, Ken Cavanagh, Dickie Dale, Thomas Campbell, Pierre Monneret, Albino Milani, Walter Zeller, Bruno Francisci. Veri eroi del tempo, adorati da chi si metteva l’abito della domenica per andare a vederli correre. Un po’ come se oggi ci fosse un film che mette insieme nel cast Rossi, Lorenzo, Marquez, Dovizioso, Pedrosa, Crutchlow, Iannone, Bautista. Ai tempi fu una specie di mini colossal, distribuito a livello mondiale, ma poi se ne persero le tracce. A noi ci sono voluti due anni di lavoro per disseppellirlo dagli archivi.

Rivedere oggi a colori (altra eccezionalità del film) quelle moto leggendarie, quelle carene a campana, quelle facce sporche di olio e di polvere, quelle corse così pericolose, ha un fascino irresistibile. E infatti il progetto di restauro ha avuto un incredibile seguito all’estero: la campagna di crowdfunding che abbiamo appena concluso ha potuto contare su centinaia di donatori da 22 Paesi diversi, grazie ai quali ora stiamo “ripulendo” e “aggiustando” il film presso il laboratorio di restauro cinematografico L’Immagine Ritrovata. Dall’estate sarà finalmente di nuovo bellissimo, e disponibile in cofanetto (che comprende dvd e libro) e in Video On Demand. Ma stiamo già pensando ai prossimi progetti. Qui il motore non si spegne mai.»

Rodaggio Film è nata a Bologna, città dove vivete da tempo e dove avete formato la vostra famiglia. Pensate che questa città sia funzionale allo sviluppo del vostro progetto oppure Rodaggio avrebbe potuto nascere ovunque?

Alessandro: «Credo che Rodaggio Film stia benissimo a Bologna, forse perché è la città intimamente legata alla nostra storia personale. È indubbio che in questa città vi sia una sensibilità più profonda per il cinema ed un legame molto forte tra la cultura cinematografica e quella dei motori.

In una città di provincia una realtà come Rodaggio avrebbe vita molto più dura. Una metropoli come Milano ci ha adottato subito, ma non ci rappresenta perché è un centro in cui si è in un certo qual modo obbligati a seguire la moda del momento. Al progetto Rodaggio Film non interessa assecondare le tendenze, ma raccontare storie di qualità».

«Moto per noi significa indipendenza, libertà, emozione. Bologna racchiude in sé questi significati e li può valorizzare ulteriormente recuperando tantissime storie. Per non perdere neanche una scintilla del suo splendore». Silva Fedrigo

Silva: «Bologna ha un grande potenziale da esprimere per via di una storia di motori e artigianalità strepitosa e ancora in parte sepolta. Escludendo un marchio come Ducati possiamo trovare un mondo di storie che hanno terminato il loro percorso imprenditoriale: basti pensare che dal Dopoguerra ad oggi vi erano oltre venti case motociclistiche attive. Si tratta di un potenziale di narrazione infinito e, volendo, anche molto cinematografico.

Moto per noi significa indipendenza, libertà, emozione. Bologna racchiude in sé questi significati e li può valorizzare ulteriormente recuperando tantissime storie. Per non perdere neanche una scintilla del suo splendore».

Articolo: Mauro Farina  Shooting fotografico: Stefano Tambalo

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