Sara Zamperlin, artista: la restauratrice di incubi

Sara Zamperlin è un’artista, una fotografa e una restauratrice che fa dei colori, degli incubi e delle paure delle persone i messaggi delle sue opere. In questa intervista ci ha raccontato la genesi della sua arte.

È passato più di un anno da quel tragitto in macchina, quando non sapevo ancora chi avrei conosciuto e cosa avrei scoperto. Di Sara Zamperlin mi avevano detto diverse cose: che è un’artista che dipinge, che è una fotografa e una restauratrice e che è anche capace di creare performance artistiche con le sue opere. In lei, invece, ho scoperto molto di più: tanti mondi fantastici e sconcertanti allo stesso tempo, un sorriso cordiale e uno spirito d’altri tempi.
È servito molto tempo per raccontarvi Sara Zamperlin. Questo incontro meritava di essere assimilato, ragionato e assaporato fino all’ultima parola.


Così inizio a parlarvi di un’artista insolita, che ha scelto di dare libero sfogo alla sua intrigante personalità, ai suoi pensieri e alla vita di persone speciali nella loro fragilità e diversità. Qui storie, incubi, oggetti, paure e colori diventano in ogni sua opera un messaggio forte, che sconcerta ma affascina per la sua così reale – anche se cruda – verità.

Prima di iniziare a parlare dei tuoi lavori, mi piacerebbe sapere cosa ti ha portata fin qui.

«Sono molte le cose che mi hanno influenzata, dal mio modo d’essere alla mia vita artistica. Una di queste è senz’altro l’amore per il disegno. Ho iniziato a disegnare in terza elementare, frequentando un corso di pittura per adulti. Questo inizio mi ha profondamente segnata, tanto che porto sempre con me un ricordo dell’insegnante, l’indimenticabile Signora Nelda. In tanti scherzano ancora oggi sullo chignon sempre presente sulla mia testa: lei lo aveva a ogni lezione, passavo ore a osservarla di spalle. Oggi non saprei vedermi senza».

«Tutti hanno sogni da bambini, ma io il mio l’ho realizzato». Sara Zamperlin

 

Da un corso in paese al diventare artista la strada è lunga. Qual è stato il tuo percorso e quando hai deciso che avresti vissuto di arte?

«Non è servito molto tempo, in realtà. A 8 anni decisi che avrei fatto la pittrice. Tutti hanno sogni da bambini, ma io il mio l’ho realizzato. Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto sempre in funzione di questo scopo. Nonostante i tanti sacrifici, la scuola di restauro a Modena e la lontananza da casa, sono stata fortunata perché i miei genitori hanno assecondato appieno la mia “missione”, fin da piccola.

D’altronde anche loro sono appassionati come me. Mio padre lavora ancora oggi al mio fianco ed è un amante del disegno e della fotografia. Mia mamma invece è una donna che legge un libro al giorno, se non due, quindi tutto quello che è letteratura o arte ha sempre fatto parte della mia crescita».

E dalla loro fiducia in una Sara bambina di 8 anni sei arrivata ad essere un’artista affermata e soprattutto molto versatile per tecniche e tematiche.

«”Perché fermarsi a un solo mezzo espressivo?”, mi sono sempre detta. Però tra tutti il restauro è quello che ha dato il via al resto, è stato quel lavoro che mi permetteva – e mi permette – di stare a strettissimo contatto con le opere, la pittura, gli artisti del passato. Quando restauro una specchiera del 1700, ad esempio, mi chiedo quante persone si sono guardate in questo specchio e a cosa pensavano. Lo specchio, oltretutto, non è un semplice oggetto, ma uno strumento importantissimo perché nel gesto dello specchiarsi ti guardi ma non ti vedi realmente, ti specchi e intanto pensi. A volte ciò che vedi riflesso è uno sconosciuto. E quante persone dal 1700 a oggi hanno fatto questo ragionamento davanti a questa specchiera che io sto restaurando? Per me ridare vita agli oggetti è una cosa molto, davvero molto affascinante.


Insomma, fare la restauratrice mi ha insegnato ad essere completamente dentro le opere, prima in quelle degli altri e oggi anche nelle mie. Ad esempio nel mio progetto Anime ho voluto letteralmente “tirar fuori” dai miei soggetti la loro parte più nascosta e riportarla su tela. Ho fatto loro dei ritratti, non come si mostrano esteriormente, ma come li vedevo io dopo averci parlato e aver conosciuto i loro turbamenti. Ne sono usciti quadri importanti, che non possono essere guardati con leggerezza. Questi sono lavori molto impegnativi emotivamente perché entrare in vissuti così delicati implica sempre portare con sé una parte di quella sofferenza».

 

 

«Fare la restauratrice mi ha insegnato ad essere completamente dentro le opere, prima in quelle degli altri e oggi anche nelle mie». Sara Zamperlin

 

La tua fantasia ti porta a sondare ambiti molto diversi tra loro. Cosa ti lega al mondo degli oggetti?

«Mi attacco in maniera maniacale agli oggetti. Non all’oggetto in sé, ma al ricordo che custodisce. Faccio un esempio: il grembiule di mia nonna, che è stata per me un grande riferimento, è ciò che mi ha più turbata al momento della sua scomparsa. Allora guardo un oggetto e penso a cosa può scatenare in una persona una cosa così semplice. Potrebbe sembrare insignificante, eppure gli oggetti hanno la capacità di far rivivere pensieri, emozioni e odori anche a distanza di 20 o 30 anni. Se mi chiedi quale sia la cosa più pericolosa, io ti dico i ricordi.


È inutile negarlo, anche gli oggetti hanno un’anima. Altrimenti come potrebbe un pupazzo difendere un bambino dai mostri nella notte?».

Mi hai confessato che dobbiamo ringraziare una persona speciale per le tue opere legate alle fiabe: la nonna. Sono i tuoi lavori più conosciuti, ma come sono nati?

«Quando ero piccola non avevo interesse per gli altri bambini. Preferivo di gran lunga mia nonna, che mi raccontava le fiabe vere. Dico “vere” perché le sue non erano favole, non avevano il lieto fine. Parliamoci chiaro: nella versione originale di Cenerentola le sorellastre, pur di farsi andar bene la scarpetta, si sono amputate le dita dei piedi e il tallone. Lo sapevi? Che lo si voglia o no, la vita non è marchiata Walt Disney e mia nonna me l’ha insegnato bene. Le fiabe sono parte integrante della mia vita da sempre e sono il mio modo tutto personale di vedere e di osservare il mondo.

Lavoro da 3 anni a progetti che riguardano le fiabe e i loro sottotesti. Scelgo storie che nascondono nel loro cuore momenti forti, tematiche difficili per l’esistenza umana, perché l’opera artistica possa aiutare le persone, diventare uno sfogo. Per arrivare a questo entro in prima persona nella trama con lo studio della fiaba e delle motivazioni dell’autore, così i personaggi assumono ruoli pieni di significato e li ritraggo andando a cercare nella vita reale quegli stessi soggetti, con le caratteristiche precise che ha indicato l’autore. È così che sono nati i miei progetti Alice nel paese delle meraviglie, in cui ho affrontato le fobie, e Il mago di Oz, che trattava i traumi».

Qual è il mondo che hai scoperto sotto la storia di Alice nel Paese delle meraviglie? Raccontami come da questa fiaba sei arrivata alle fobie.

«In Alice l’autore Lewis Carroll racconta di una ragazzina, poco più che bambina, che si addormenta e si risveglia con la consapevolezza di una ragazza adolescente. Come succede nella vita, sul suo percorso incontra un molti personaggi che la mettono in difficoltà, la costringono a fare delle scelte non sempre facili. Questo fa nascere in lei delle paure, che però riesce a superare fino a risvegliarsi più grande di prima. Questa è la trama. Ma in essa si può ritrovare in più punti la tematica della paura, che se esasperata può diventare fobia.

C’è chi ha delle paure e ha la possibilità e la capacità di superarle, c’è invece chi le subisce e le trasforma in fobie. Per questo motivo nel progetto Alice nel paese delle meraviglie ho cercato come soggetti persone che avessero delle fobie diagnosticate. Con loro ho vissuto mesi molto intensi, a tratti difficili, fino al completamento della serie».

«Lo scopo finale dei miei progetti sulle fiabe è sempre accostare due cose che normalmente non possono stare sullo stesso piano: la realtà e la fantasia». Sara Zamperlin

 

E cosa hai scoperto invece nel sottotesto de Il mago di Oz? 

«Le ricerche su questa fiaba mi hanno rivelato una storia che non avrei mai immaginato. Il libro veniva utilizzato da alcuni medici per studi sul controllo mentale attraverso i traumi. Con diversi esperimenti su un gruppo di bambini raccolti dalla strada, hanno trasformato la storia del Mago di Oz in un attivatore di personalità multipla. I medici erano convinti – ed è vero – che quando una persona subisce un trauma ripetutamente, per scapparne crea una seconda personalità perché non ha altro modo, né fisicamente né mentalmente. Ho pensato molto a questa triste storia fatta di traumi e ho poi capito che il più grande aiuto poteva venire proprio da Il mago di Oz.

Quello che nella storia lo spaventapasseri, il boscaiolo di latta, Dorothy e il leone cercano, in realtà, lo hanno già dentro di loro ma non ne sono consapevoli. Quindi il mio messaggio con questa seconda serie di dipinti ha voluto rivolgersi a chi subisce dei traumi: tutti possono trovare la forza dentro sé per superare episodi drammatici. I miei protagonisti l’hanno fatto».

È incredibile che tu abbia trovato tutti questi personaggi, proprio qui nella nostra realtà quotidiana. Ma come fai a legare personaggio della fiaba e persona reale?

«Lo scopo finale dei miei progetti sulle fiabe è sempre accostare due cose che normalmente non possono stare sullo stesso piano: la realtà e la fantasia. La fiaba rappresenta la fantasia, che però lascio raccontare da persone reali con i loro traumi, le loro fobie, le loro problematiche, le loro patologie.
Ad esempio il mio Spaventapasseri è Andrea Conti, ciclista maglia rosa rimasto bloccato in carrozzina dopo un incidente stradale. Lo spaventapasseri nella fiaba cercava il cervello e l’ho riconosciuto in Andrea perché quando ha subìto il trauma ha avuto la capacità di superarlo. Oggi è la prima persona che fa da supporto a chi ha subìto lo stesso trauma, quindi in un certo senso lavora sul cervello delle persone, sulla loro capacità di andare oltre il blocco psicologico. Un perfetto spaventapasseri che ha trovato quel che cercava. Un altro personaggio è il boscaiolo di latta, che nel mio progetto porta il nome del rocker Omar Pedrini. Dopo aver subìto un intervento a cuore aperto, ha superato il suo trauma ed è riuscito ad essere un uomo di cuore in una corazza di latta, come l’ho definito anche in altre occasioni».

«Non pensavo, ma ci sono tante persone disposte a raccontarmi la loro vita e le loro paure più grandi». Sara Zamperlin

 

Dove trovi queste persone? È una lunga ricerca oppure, in un modo o nell’altro, arrivano sempre?

«Di solito faccio un annuncio online, dove spiego il progetto e le caratteristiche delle persone che cerco. Non pensavo, ma ci sono tante persone disposte a raccontarmi la loro vita e le loro paure più grandi. A chi suscita in me un richiamo alla fiaba dedico un weekend, dove ognuno in un paio d’ore mi racconta la sua storia. Da qui parte poi un percorso più lungo di ricerca e scavo nel dolore.

Però non è sempre stato facile trovare la persona giusta. Con il Bianco Coniglio di Alice – devo ammetterlo – ho avuto un po’ di panico. Ero arrivata al punto di non avere quasi più speranze, quando in un momento inaspettato è arrivata una ragazza con dei libri in mano che mi fa da lontano “Aspetta, aspetta, aspetta” e passa in mezzo alla gente chiamandomi. “Sei tu Sara? Ho visto i tuoi lavori, mi piacciono un sacco però adesso non ho tempo, non ho tempo, ti chiamo dopo!”. L’ho vista e ho rivisto il Bianco Coniglio, però non sapevo ancora se avesse dei traumi da raccontare. E invece mi dice: “Pensa, volevo scriverti però poi mi sono dimenticata, poi avevo paura e poi mi sono accorta che era troppo tardi e non l’ho più fatto”. Le ho detto: “Scrivimi immediatamente, voglio sapere chi sei e cos’hai da raccontare”».

Davvero sorprendente, dev’essere una scarica di adrenalina ogni volta. Quando hai trovato i tuoi personaggi, qual è il lavoro che fai con loro per arrivare all’opera finita?

«Tutti i progetti partono dalla fotografia. Quindi, dopo diversi incontri assieme a una psicologa per capire bene la psicologia del personaggio e della persona che ho davanti, organizzo una giornata in sala posa per fare degli scatti, che poi uso per lavorare con gli acidi o per svilupparli pittoricamente. La sala di posa è il momento più importante e difficile: devo fermare l’espressione, la sofferenza e per fare questo devo almeno in parte far rivivere loro le emozioni che nascondono. Tutto deve essere estremamente naturale. Se ho la possibilità di metterci del mio, allora perdo il legame tra fantasia e realtà che voglio catturare.

Come dicevo, sono lavori molto provanti. Per poter portare a termine il progetto devo in parte entrare nella loro realtà e spesso arrivo al punto in cui le loro paure e i loro traumi cominciano a diventare anche un po’ miei. In Alice, ad esempio, c’era una ragazza con una forte fobia per i ponti: appena ne vedeva uno si immobilizzava. Dopo poco tempo che la frequentavo anch’io ho cominciato ad aver paura di attraversarli. Eppure solo passando attraverso le loro paure posso riuscire a comunicare a chi è estraneo a questo problema quello che hanno dentro».

Questo lavoro di sofferenza si vede: i tuoi quadri comunicano tanto, sono molto forti. Sembrano quasi intrappolare l’incubo che vivono queste persone.

«Per molti è proprio così. Una volta che la serie è terminata, mi trovo da sola con ognuno di loro e gli mostro il quadro. Per alcuni questo ha un impatto destabilizzante. Uno in particolare, il Bianco Coniglio, ha visto lì la sua immagine riflessa assieme a tutto quello che la fa stare male, come se la tela fosse uno specchio dell’anima. La cosa positiva è la riflessione che scaturisce poi da questo ceffone emotivo: mi hanno detto che ho reso la loro paura più grande un’opera d’arte. Oppure ancora che non hanno più fobie e paure perché adesso sono racchiuse nel quadro. Quindi sì, tante volte per fortuna i miei quadri riescono anche a intrappolare questi incubi e ad aiutare chi mi apre il suo mondo più nascosto».

Dopo questa chiacchierata, gli incubi e i mostri di queste persone non mi hanno allontanata, anzi. L’arte di Sara Zamperlin è come una calamita, è la sfida che fai con il coraggio per guardare ancora una volta l’autentica espressione della realtà, per cruda che sia.
Sara ha fatto della sua sensibilità tanti capolavori. E come conviene a una vera restauratrice, ha saputo trasformare gli incubi delle persone in travolgenti opere d’arte.

 


Articolo: Martina Vanzo   Shooting fotografico: Stefano Tambalo 

 

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