Rosa Fanti, Manager: io, l’ingrediente segreto

Rosa Fanti è la manager che sovrintende a tutta l’attività organizzativa e di comunicazione dei tre ristoranti milanesi dello chef Carlo Cracco. L’abbiamo incontrata nel nuovo locale in Galleria Vittorio Emanuele.

 

 

La Galleria Vittorio Emanuele si costruisce e decostruisce davanti ai miei occhi in centinaia di piccoli rettangoli della dimensione di circa sei pollici, tenuti davanti alla faccia da quelli che mi sembrano sette miliardi di cinesi. Forse sono ospite in un incubo di Picasso, sto facendo un’incursione nella “Tentazione di Sant’Antonio” di Bosch.

Il primo caldo torrido, l’odore di cibo, anch’esso scomposto e non sempre gradevole, tra pasticceria fait maison e fritti fait chissà quando. Potrei camminare o per meglio dire annaspare orientandomi solo grazie agli schermi dei loro telefonini: cinesi ovunque che riprendono qualsiasi cosa, soprattutto se stessi. Mi atterriscono: non hanno alcuna vergogna di condurre un’esistenza tanto bizzarra. Si mettono in posa davanti a cose stupide e triviali, la grande vetrina di Louis Vitton, o rimangono immobili, estaticamente sorridenti, mostrando all’obiettivo una dozzina di buste griffate. Ricchi e ostinatamente ineleganti come solo chi è sicuro di sé abbastanza da sbattersene del mondo intero. Vengono dalla prefettura di Hokkaido e conoscono vita morte e miracoli di Chiara Ferragni.

Una grassa creatura, delle dimensioni più o meno di una Volvo, si fotografa da sola, seduta a un tavolino di un ristorante lugubre, con la bocca aperta e un triangolo di pizza mollo tenuto tra le fauci: non lo morde, non dà neanche l’idea di volerlo mangiare, non è quello il punto. Appena scatta, rimette giù il triangolo, in un piatto in cui per il resto la pizza mi sembra intonsa, e controlla il risultato; ripete due o tre volte l’operazione, sempre identica a se stessa, infine carica su Instagram, godendosi il fiotto di dopamina del primo “like”, probabilmente di Kim Kardashian. Tutti sembrano vivere il momento più alto e intenso della loro vita e forse è così. Mancano cinque minuti a mezzogiorno. Un brusio in cinese mi attanaglia.

Quando arrivo davanti all’ingresso di “Cracco in Galleria”, devo riprendermi. Ho attraversato corpi umani come un sondino per la gastroscopia e ho bisogno di tempo, prima di telefonare a Rosa Fanti e dirle eccomi, parlare, stabilire un rapporto umano per così dire normale. Sono terrorizzato dal vedermela comparire davanti e scoprire che in realtà è cinese pure lei. Ma chi è Rosa Fanti? Questa donna pressapoco della mia età, con un profilo Instagram da più di cinquantamila follower, che ogni tanto compare in compagnia di un cuoco famoso, chi è? Ci siamo scambiati finora una decina di messaggi, tutti rispettosi, per carità, al punto da ricevere il placet di mia moglie. È stata gentilissima e ogni tanto ironica. La sua foto di profilo di Whatsapp la raffigura con un asciugamano in testa, tipo turbante. È l’unica sua immagine che finora sono riuscito a trovare in cui sia da sola, cioè non in compagnia dell’onnipresente marito, il cuoco famoso. Ricercando il suo nome, il nome del John McEnroe dell’uovo marinato su Google Immagini, succede che i primi cinquanta risultati restituiscono lo Chef da solo per quarantasette volte; appena tre in compagnia della moglie. Facendo il giochino al contrario, Rosa è sempre col marito, la divinità, il cuoco famoso, l’ex giudice del talent show culinario, il Michelangelo del risotto giallo col midollo croccante, ok, basta, lo ammetto, ho sempre sognato di scrivere per una rivista gourmet, ma adesso esco da questo corpo e vado avanti, ecco: dicevo che facendo il giochino al contrario, Rosa Fanti da sola non c’è mai.

 

Piacevole destino o condanna, non lo so, so che tutte le ultime interviste che ho trovato riportano nel titolo o nello strillo un riferimento ironico, sarcastico, totemico, semanticamente frizzante relativo alla professione del marito (“Gli ingredienti…”, “Il sapore…”, “Il gusto…”, etc), anche se l’intervista è incentrata su di lei. Comunque, eccola. Non è cinese e non sta col cuoco famoso. È da sola, sebbene guardata a vista dai camerieri. Elegante, semplice, abiti a tinta chiara, un sandalo semplice, basso, aperto, in ottemperanza al primissimo caldo milanese. È giovane, dimostra meno anni della sua età, forse anche della mia. Più che una madre mi pare ancora piena di quella placida vaghezza da figlia. Ci accomodiamo nel dehor, io prendo un caffè che arriva sostanzialmente senza una vera e propria attesa. Parliamo un po’ senza una precisa direzione. Accordiamo il pianoforte. Le dico che si sa poco di lei, a parte il fatto d’essere una moglie, La Moglie. «Ci sta – mi fa, con leggerezza -. L’ambiente della cucina è super-maschile: un ristorante ha orari massacranti, è un lavoro talmente di fatica che difficilmente si sposa coi ritmi femminili, soprattutto dal punto di vista della carriera, se al contempo si vuole anche avere una famiglia, dei figli. La maggior parte delle donne Chef che conosco o non hanno figli o hanno attività famigliari. Non è questione di talento».

 

«La maggior parte delle donne Chef che conosco o non hanno figli o hanno attività famigliari. Non è questione di talento». Rosa Fanti 

 

Anche perché — questo lo so tramite la sua autonarrazione da social — effettivamente Rosa Fanti a cucinare è negata: «Totalmente negata. Mi piace solo mangiare. Ho sempre girato molto per ristoranti, già da bambina, anche all’estero, coi miei genitori, ma la cucina l’ho sempre vissuta da cliente. Quando mi sono trovata a viverla come lavoro, mi si è aperto un mondo: un mondo pazzesco, soprattutto dal punto di vista della comunicazione».

Laureata in Scienze della Comunicazione a Bologna, poi Master in Comunicazione e Marketing d’Azienda, qui l’incontro con il Tiger Woods dell’uovo che le ha cambiato la vita professionale (nonché umana, due figli). «Ci sono tanti elementi all’interno di un piatto: non solo il gusto. Esistono scelte, c’è un’etica, una selezione. Abbiamo venti fornitori soltanto per il pesce. Le verdure. Ogni tipologia di pomodoro arriva da una specifica zona d’Italia. Il numero di combinazioni è pazzesco e a livello di gestione è un incubo. Io mi occupo di tenere insieme tutti questi aspetti».

 

Vorrei dirle che a me viene l’ansia anche se devo telefonare al corriere di Amazon per organizzare un reso, ma scelgo di tacere e far parlare la mia ammirazione che spero lampeggi dalle orbite degli occhi. «Qui in Galleria, la logistica del lavoro è complessissima. Abbiamo un caffè, un ristorante, una sala per gli eventi: a livello di gestione è un incubo, tra continui sopralluoghi per i clienti che vogliono organizzare qui qualcosa di importante — dalla festa, al party aziendale, passando per lo shooting fotografico —; la ristorazione è solo una parte del tutto e comunque non mi riguarda. Interagisco con la cucina solo se dobbiamo studiare il menu per una tipologia di clienti particolare. Ogni rapporto è seguito da me: mi occupo dei preventivi, della logistica di tutti gli eventi, della gestione del personale, fino agli allestimenti. Se una cosa succede qui, io aiuto a farla succedere».

Mi pare, a tendere bene le orecchie, di sentire questo gigantesco rumore, un ronzio di sottofondo di funzionamento provenire da un’abissale sala macchine che tiene insieme il ristorante dove ci troviamo e gli altri due locali di proprietà del ninja dell’uovo, centinaia di persone, fornitori, migliaia di richieste da parte di clienti, giornalisti, fino al garzone del macellaio. È chiaro che chi mi siede di fronte non sta affatto rendendo la vita più facile a un “capo”, a un maschio, a un capo-branco che mentre s’industria a tirare avanti la baracca può contare su di lei così i figli stanno buoni e vanno a letto all’ora giusta (per inciso, alle 20, invidia) ma, in quanto fondamentale co-autrice del miracolo, quella baracca la sta portando avanti allo stesso modo, con il medesimo peso specifico, soltanto con assai meno riflettori addosso. «In più c’è tutta la parte di comunicazione e ufficio stampa che curo interamente io, da sola. Abbiamo scelto di non ricorrere ad agenzie esterne. Preferiamo che la nostra immagine non sia mediata dallo sguardo di altre persone. Ci penso io».

 

Ci pensa lei. Poi mi dice altre cose, ci rilassiamo. Appena oltre il perimetro del dehor delimitato da piante che probabilmente sono state scelte da Rosa, cinesi a profusione si guardano intorno, spendono ventiseimila euro in dieci minuti e si fotografano le scarpe subito gradite da un like di Jessica Alba. Li odio, vorrei parlarne con lei, invece la porto a commentare alcune cose che sono successe e a come sono state gestite, dal punto di vista della comunicazione, le sterili polemiche legate al costo di certi alimenti, per esempio la famigerata pizza a diciotto euro, pietra miliare del populismo scoppiettante, per cui a un certo punto era sembrato immorale che in un locale di lusso, ubicato in uno dei luoghi più importanti della città, i prezzi fossero, be’, alti.

 

Qui Rosa mi spiega bene tutto, magari un giorno renderò pubblico il file audio relativo a questo passaggio, mi delinea con attenzione e umiltà la scelta precipua di non cavalcare in alcun modo le polemiche, cosa che in effetti al tempo avevo notato, si prodiga in esempi e una lunga disamina sulla differenza tra “vendere qualcosa” e “comunicare chi siamo”, ma la cosa più importante, in effetti, non sta in questo; l’aspetto che vorrei stigmatizzare non ha niente a che vedere con tutto ciò, e vogliate perdonarmi se mi prendo la briga di questo fuori pista, ma il fatto è che a un certo punto, parlandomi di tutto questo, della pizza, dei prezzi, del modo di comunicare e di reagire a tali polemiche, Rosa Fanti si lascia andare a uno sfogo e, a metà strada tra il milanese imbruttito e la massaia catanese incazzata, sbotta: «E l’impasto è fatto da noi, è macinato a pietra e lievitato STICAZZI, ma che ti aspetti oh!», con quel “oh!” finale, un po’ frustrato, un po’ snob, assolutamente legittimo e geniale, anche un po’ stanco, sfinito, che chiude tutto e mette la cravatta all’iterazione precedente, “lievitato STICAZZI”, che io, giuro, lo inserirei nel menu, e fanculo la nomenclatura complessa, il lessico ardito: venite anche voi a mangiare una pizza in Galleria, “lievitata STICAZZI”, oh io la pagherei anche più di diciotto euro.

Mezz’ora più tardi sono di nuovo tra i cinesi. Il foro d’uscita della Galleria mi sembra allontanarsi, mano a mano che mi avvicino, e di nuovo qualcosa di psichedelico mi coglie, credo innescato da quella scintilla misteriosa che proviene dall’incontro di perfetta Bellezza e assoluta Bruttezza, sono in un’illustrazione di Escher, sono in un racconto di Borges. Tutti fotografano tutti. Quel tizio lì, che ha tutta l’aria di gestire un’azienda da duecentomila dipendenti, ha appena ricevuto un saluto da Justin Bieber con un direct message. Ricomincio a sudare, avrei dovuto almeno fare il gesto di pagare il caffè, ma mi sono scordato. Il fatto è che gli ultimi minuti con Rosa Fanti li ho spesi senza farle domande, a parte una: “Mi porti a fare un giro?”” e lei ha acconsentito, abbiamo camminato per il ristorante che porta il cognome del Sultano dell’uovo, bellissimo, e mentre mi raccontava cose, mi spiegava le varie aree, a me è saltato in testa che, davvero, alla fine, in questa vita come forse in tutte le altre, sia sempre e solo questione d’amore.

«Inizialmente non sapevo che cosa farmene di tutta questa libertà, poi ho capito e ho trasformato una mancanza, la mancanza di Carlo, in un’opportunità». Rosa Fanti 

 

Ecco, che nient’altro conti, a parte l’amore. Incontrarsi, fare cose insieme, questa intervista, oppure due figli e la gestione di tre ristoranti. Rosa ama questo luogo, come ama tutto ciò che fa o si presta a fare, l’intervista con me, la sua vita col cuoco; si sente che tutto è anche opera sua, che l’intero meccanismo senza di lei andrebbe a rilento o si incepperebbe in chissà quanti e quali modi che io nemmeno riesco a immaginare, e il modo in cui me ne parla, mentre camminiamo, saliamo scale, apriamo porte misteriose, entriamo e usciamo da corridoi, sbuchiamo e rientriamo in sale maestose e fini, mai kitsch, ha a che fare con l’amore, prima ancora che con il mestiere, con la professionalità. Il modo in cui ogni tanto tocca qualche oggetto, per spostarlo di pochissimi millimetri, mi racconta di amore, di voglia, ma anche di silenzio, di silenzio fortissimo in un frastuono che forse non sempre le va a genio, di un silenzio che magari tra queste mura lei riesce a trovare. Penso a ciò che mi ha detto a proposito della sua vita privata, nell’unico accenno che ci siamo concessi: «Mi sono ritrovata, all’improvviso, a gestire la solitudine. Messi i bambini a letto, finito il mio lavoro, da sola a casa, le lunghe ore prima che a notte fonda mio marito ritorni. Inizialmente non sapevo che cosa farmene di tutta questa libertà, poi ho capito e ho trasformato una mancanza, la mancanza di Carlo, in un’opportunità. Oggi so come gestire quel tempo, leggo, mi rilasso, penso a me stessa, e non potrei più farne a meno».

Trasformare una mancanza in un’opportunità. Amore totale, anche verso di sé: una lezione da imparare. E se domani i cuochi in cucina avranno materie prime da usare, puntuali, il merito è suo; se domani il Bill Gates dell’uovo avrà una prima pagina su un magazine figo e non su un magazine sfigato il merito sarà di Rosa Fanti, di questa donna innamorata di ciò che fa, di suo marito, dei suoi figli, la puleggia, il meccanismo che fa girare l’insieme. Non è facile, anzi, rende ovvio qualcosa di complessissimo, il Teorema di Fermat for dummies, un intreccio incredibile di fili che attraverso di lei si riordina in modo semplice e si infila nella cruna di un ago, e forse, ecco, questa sì, forse questa davvero è la forza che non una manager, non una moglie, ma soltanto una donna possiede.

 


Articolo: Stefano Sgambati   Shooting fotografico: Giuseppe Ippolito 

 

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