Matteo Bussola, Narratore: guardare la vita da un quadratino

Incontriamo Matteo Bussola al parco giochi dell’Arsenale di Verona; alla sinistra dell’ingresso principale c’è una piccola giostra di cavalli, di quelle piene di luci.

Da anni, ogni giorno, Matteo Bussola utilizza Facebook proprio come se fosse un diario, raccontando della sua vita in un piccolo paese della provincia di Verona; i momenti con la compagna Paola Barbato, scrittrice e sceneggiatrice per “Dylan Dog” della Sergio Bonelli Editore, e i dialoghi con le sue tre bambine: Virginia, Ginevra e Melania. Da queste narrazioni quotidiane è nato il suo libro, “Notti in bianco, baci a colazione”, pubblicato a maggio del 2016 con la casa editrice Einaudi Stile Libero.
Matteo ci saluta sorridendo, ci stringe le mani con fare amichevole e accogliente: è una persona che non solo scrive riuscendo a comunicare bene quel che pensa, ma sa anche dirlo, in modo schietto e preciso.

Hai già avuto modo in diverse occasioni di raccontare il percorso che ti ha portato da una laurea in architettura a diventare un fumettista per una delle più importante case editrici del settore. Immagino che da bambino avrai spesso fantasticato su cosa avresti voluto fare da grande.

«Sì, volevo fare i fumetti. Tutti i bambini sanno cosa vorranno fare una volta cresciuti ma spesso, con il passare degli anni, tendono a dimenticarlo. Io invece non me ne sono mai scordato. Lavoravo come architetto in un ufficio tecnico del Comune di Verona e mi occupavo della progettazione di opere pubbliche.

A 35 anni, dopo aver assistito al continuo e radicale taglio di fondi pubblici, anziché stare lì a scaldare una sedia ho intravisto con chiarezza una finestra attraverso la quale infilarmi. Prima la vita, con i continui impegni quotidiani, mi aveva sempre distolto dall’obiettivo: continuavo a rimandare la decisione perché pensavo ci sarebbe stato tempo. Invece, l’unico motore per riuscire a fare quello che si è sempre voluto fare consiste nel non darsi alcun tipo di alternativa».

«A 35 anni, dopo aver assistito al continuo e radicale taglio di fondi pubblici, anziché stare lì a scaldare una sedia ho intravisto con chiarezza una finestra attraverso la quale infilarmi. Prima la vita, con i continui impegni quotidiani, mi aveva sempre distolto dall’obiettivo: continuavo a rimandare la decisione perché pensavo ci sarebbe stato tempo. Invece, l’unico motore per riuscire a fare quello che si è sempre voluto fare consiste nel non darsi alcun tipo di alternativa». Matteo Bussola

 

«C’è anche un secondo motivo che mi ha portato a seguire il mio sogno ed è stata la consapevolezza di stare per diventare padre per la prima volta. Mentre la paternità dovrebbe essere il momento in cui si prendono decisioni da persona responsabile, per me è stata invece l’occasione per dare a mia figlia un insegnamento ancora prima che nascesse: fare nella vita quello che si vuole veramente. Questa convinzione ha portato ulteriore coraggio alla mia decisione di cambiare. Non la consiglierei come strategia, ma nel mio caso ha funzionato».

Grazie ai post pubblicati sul tuo profilo Facebook sei diventato molto noto a livello nazionale, tanto che hai pubblicato il tuo primo libro. Leo Ortolani, tuo collega fumettista e autore di Rat-Man dice che il modo di fare letteratura e di concepire la stessa sta cambiando profondamente anche per merito dei social network. Ti ritrovi in queste affermazioni?

«Sì, sono convinto che si possa fare letteratura anche su Facebook: il bello della scrittura in generale consiste nel fatto che si sia sempre alla ricerca di un interlocutore possibile. I libri, per esempio, non sono che una specie di lettera spedita a un qualcuno che si trova in un altro luogo e in un altro tempo. L’aspetto innovativo di una piattaforma social sta nel fatto che l’interlocutore ha la possibilità di rispondere e interagire. Raccontando in tempo reale le mie esperienze, riesco ad accedere a quelle altrui».

«Se il compito della scrittura è quello di costruire ponti, allora Facebook è uno dei luoghi ideali per poterlo fare». Matteo Bussola

 

«Se il compito della scrittura è quello di costruire ponti, allora Facebook è uno dei luoghi ideali per poterlo fare. Ed è anche un luogo di sperimentazione. Non ho, nei confronti del mezzo, l’atteggiamento di diffidenza che si incontra in certi ambienti della cultura ufficiale, nei quali è opinione comune che la letteratura si esprima solo attraverso canali e oggetti canonici e specifici, codificati nel tempo. Per me non è mai il luogo a fare la scrittura, ma è ogni volta la scrittura a creare un luogo di incontro possibile. L’esempio del premio Nobel dato a Bob Dylan è calzante. Lui ha sempre usato le canzoni come un linguaggio: il suo. Lo stesso vale per la poesia. In tempi antichi le poesie dei trovatori e dei canti omerici venivano recitate a voce alta accompagnate dalla musica. E Dylan con la sua musica e le sue parole è stato capace di raccontare e di cambiare profondamente la sua epoca e le successive generazioni».

Il pubblico che ti segue è costituito in prevalenza da tuoi followers. Come riesci a mediare la voglia di raccontare episodi quotidiani della tua vita e della tua famiglia con il legittimo desiderio di preservare la privacy tua e dei tuoi affetti?

«Premetto: su Facebook non sto a raccontare tutti i fatti miei, come qualcuno pensa, ma si tratta dell’1% di un iceberg narrativo che per la restante parte rimane nascosto sotto il pelo dell’acqua, visibile solo a me. Io scelgo di raccontare solo le esperienze che credo siano portatrici di un qualsivoglia valore che io ritengo importante condividere, o che mi consentano di fare il punto su determinate esperienze. Certo, pubblico spesso e volentieri, ma nonostante tutta questa attività la mia vita non è cambiata di una virgola. Il tempo che dedico alle mie figlie e alla mia famiglia è rimasto esattamente lo stesso».

Paolo Repetti, il direttore editoriale di Einaudi Stile Libero, ha dichiarato che il tuo libro permette di guardare il mondo attraverso gli occhi delle tue bambine. Al contempo, i tuoi racconti di quotidianità mi fanno pensare ad una tua necessità personale di immortalare i momenti di crescita delle tue figlie come una sorta di “istantanea” fatta di parole. È corretta questa mia impressione?

«Sì, è corretta e non riguarda solo le bambine. Il tema del mio libro non è solo la paternità, ma lo sguardo. Questo particolare punto di vista nasce dalla mia professione: il lavoro del fumettista è quello di guardare le cose. Quando realizzo un fumetto sono obbligato a immaginare le cose attraverso una vignetta di 10 x 10 cm dentro alla quale devi far “accadere la vita”. L’approccio alla scrittura è il medesimo che utilizzo per il disegno: guardo la vita attraverso un quadratino, un’inquadratura. Qualche tempo fa una ragazza commentò così un mio post: “Tu non scrivi. Tu stai disegnando con le parole”».

«Il tema del mio libro non è solo la paternità ma lo sguardo. Questo particolare punto di vista nasce dalla mia professione: il lavoro del fumettista è quello di guardare le cose. Quando realizzo un fumetto sono obbligato a immaginare le cose attraverso una vignetta di 10 x 10 cm dentro alla quale devi far “accadere la vita”. L’approccio alla scrittura è il medesimo che utilizzo per il disegno: guardo la vita attraverso un quadratino, un’inquadratura»Matteo Bussola

«Ed è proprio quello che faccio. I dialoghi con le mie figlie non sono nulla di speciale. Assomiglio né più né meno a tutti quei genitori che scattano migliaia di foto ai figli nel tentativo di cristallizzare l’attimo. La crudeltà della paternità sta proprio lì: ci sono spettacoli che ti accadono davanti agli occhi ogni giorno e per ognuno di questi non sono previste repliche. O sei presente o sei fregato. Io quelle fotografie le faccio con le mie parole».

Il tuo libro parla di quotidianità. La letteratura spesso attinge dal reale, ma il tuo modo di narrare è particolare, soprattutto se paragonato ad un contesto attuale in cui sembra sempre necessario raccontare storie straordinarie. Cosa trovi di intrigante nella routine di tutti i giorni?

«La routine di tutti i giorni è la cosa più intrigante che esista. Trovare lo straordinario nell’ordinario presuppone attenzione. Alcuni tendono a dividere quello che faccio io dalla letteratura perché gli scrittori inventano e non fanno cronache. In realtà questa differenza è solo di facciata perché anche gli scrittori attingono dalla realtà per creare i propri personaggi, così come parlano di sé stessi dietro il travestimento dei personaggi. Io racconto me stesso in maniera diretta, ma l’obiettivo non cambia».

Il tuo libro è dominato dal tema della paternità. Che ricordi hai della tua infanzia e del rapporto con tuo padre?

«Con mio padre ho avuto un rapporto conflittuale, ma utile. Lui si oppose al mio desiderio di iscrivermi al liceo artistico.

Questo suo rifiuto, se all’inizio ha creato un ostacolo al mio sogno di diventare un fumettista, successivamente mi ha aiutato a comprendere quanto io veramente ci tenessi a disegnare, al punto tale da volermi riprendere il disegno con forza. I fumetti che ho realizzato a 35 anni sono sicuramente diversi da quelli che avrei fatto a 20, perché in quei disegni ci ho messo dentro tante cose: gli anni passati alla facoltà di architettura, le notti trascorse a suonare la chitarra in Piazza San Marco, le birre, le ragazze dagli occhi tristi, i pezzi di Paco de Lucia».

Credi che il ruolo di padre stia cambiando nelle ultime generazioni? Trovi che ci sia una positiva inversione di ruoli, ovvero donne che rivendicano il loro diritto alla realizzazione sul lavoro e uomini che scoprono il piacere della cura della famiglia?

«Non credo si possa parlare di un’inversione, ma di un completamento. Non mi piace parlare di ruoli genitoriali distinti perché ritengo esista una zona sensibile di affettività e di cura alla quale uomo e donna hanno diritto di accedere in egual misura e che sia un pregiudizio intollerabile che un padre venga definito un “mammo” quando cerca di avvicinarsi a questa zona. O che una donna debba essere definita “con le palle” se con forza, tenacia e determinazione raggiunge i suoi obiettivi sul lavoro. Questo la dice lunga sui cliché che dominano la nostra società. La famiglia è un organismo attraverso il quale vengono espressi dei bisogni che necessitano di risposte, che queste risposte giungano dal padre o dalla madre poco importa. Penso che i padri abbiano iniziato a capire cosa rischiano di perdersi: vedo uomini che si prendono tutto il tempo necessario ed entrano in punta di piedi nella zona sensibile dei bisogni dei propri figli, e questa è una cosa che fa bene non solo ai bambini ma anche a noi genitori.

«Penso che i padri abbiano iniziato a capire cosa rischiano di perdersi, vedo uomini che si prendono tutto il tempo necessario ed entrano in punta di piedi nella zona sensibile dei bisogni dei propri figli, e questa è una cosa che fa bene non solo ai bambini ma anche a noi genitori». matteo bussola

I figli si abituano a tutto, anche a crescere soli o con un genitore unico, e mancare nei momenti importanti della loro crescita è una perdita soprattutto per noi adulti. La cosa grave è questa, la prima lezione che la paternità insegna è la differenza tra l’essere e l’esserci. Per questo quando mi chiedono cosa sia l’amore secondo me rispondo sempre allo stesso modo: l’amore è stare lì».

Articolo: Mauro Farina & Martina Dal Cengio   Shooting fotografico: Simone Toson 

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