Caroline Baglioni, attrice teatrale: il potere del racconto

Caroline Baglioni attrice - Panchina

Caroline Baglioni era destinata a diventare attrice teatrale, anche se al corso di teatro, da bambina, non ci voleva andare. In questo articolo scopriamo la sua storia, fatta di cadute, perseveranza e speranze mai abbandonate.

Esistono coincidenze che coincidenze non sono. Quasi fossero annotate da tempo e attendessero solo di essere lette nel momento opportuno. Assomigliano a quei treni che passano e che qualcuno perde. Qualcun altro invece no. Magari ne conserva addirittura il biglietto, un po’ come quelle cose che non vuoi buttare perché non si sa mai. Si sa mai che servano quando meno te l’aspetti.
Caroline Baglioni ha appena finito di provare. Si è seduta sul bordo del palco con una gamba a penzoloni e ha acceso una sigaretta. Alle sue spalle campeggiano un gran mucchio di scarpe, di ogni genere. Le sue, da donna, si mischiano a tante altre paia maschili. Numero 46. «La chiave sta nel trovare qualcosa che sia profondamente importante da raccontare. Qualcosa per cui si darebbe persino la vita. È un’affermazione forte, però è vero. La differenza lo fa quello. Devi avere un vissuto da cui trarre ispirazione». E pensare che da bambina Caroline Baglioni era davvero poco socievole. Introversa. Tanto che a quel corso di teatro, nella scuoletta di provincia, non ci voleva nemmeno andare. Ce la portò la madre quasi a forza, quando aveva appena otto anni. «Ti servirà» le disse. E in effetti così è stato. Poche lezioni per comprendere che recitare le permetteva di tirare fuori lati di sé che ancora non conosceva. Nuove personalità, nuove facce, nuove voci. Sperimentare altre anime e cucirsele addosso. Rompere barriere.
Se ne convinse praticamente subito. Sarebbe stata la sua strada. Dev’esserci uno strano filo conduttore, invisibile agli occhi, che lega le avventure di ogni individuo a quelle di altre persone. Ad esperienze anche lontane fra loro. Ma questo Caroline Baglioni, nel 2004, non poteva saperlo. Aveva solo diciotto anni quando, durante un trasloco, ritrovò tre audiocassette in una vecchia scatola di dischi. Ciascuna portava un’etichetta con su scritto un nome. “Gianni”. Lo zio alto due metri. Quello depresso e malato d’infelicità. Quello morto suicida pochi anni prima. Non poteva figurarselo, Caroline. Non ancora. Eppure le mise da parte, le portò via con sé. Non disse niente a nessuno. «Terminata la scuola superiore, diventare attrice era la mia più grande aspirazione. Decisi di presentarmi ai provini per il CUT, il Centro Universitario Teatrale di Perugia, e venni ammessa». Per Caroline fu il primo terreno fertile dove gettare i suoi piccoli semi. La casa per la sua formazione. Quegli anni li ricorda ancora con un’insolita luce negli occhi, quasi parlassero da soli.

«Non sempre cadere, però, dev’essere un male. A volte è lì che bisogna restare, per un po’. Guardare le cose dal fondo e poi, percepire nuovamente quel filo, indistruttibile, indeteriorabile, che torna a tirare». CAROLINE BAGLIONI

Con altri tre ragazzi della scuola aveva trascorso intere giornate a buttare sudore e coraggio su un paio di progetti. A creare le basi per un futuro insieme. Ma quando il gruppo si sciolse, Caroline Baglioni si trovò a dover fare i conti con se stessa. Di colpo, sentì la terra franare sotto i piedi e la delusione fu tale da decidere di smettere.


Per due anni non volle più saperne nulla. Fu la sua grande crisi. Non sempre cadere, però, dev’essere un male. A volte è lì che bisogna restare, per un po’. Guardare le cose dal fondo e poi, percepire nuovamente quel filo, indistruttibile, indeteriorabile, che torna a tirare. Era il maggio 2012. Caroline stava servendo ai tavoli del locale in cui lavorava come cameriera e quando sentì squillare il telefono non lo poteva immaginare. Nemmeno allora. Eppure rispose. Dall’altro capo, a chiamare, era uno dei fondatori de “La società dello spettacolo”, una compagnia teatrale nata cinque anni prima. Stavano cercando proprio lei.
«Dentro di me lo aspettavo. Sapevo che sarebbe arrivato qualcosa. Lo speravo. Consapevole che quando sarebbe successo io avrei dovuto abbandonare tutto e andare. Era la mia occasione». Caroline non titubò neppure un secondo. Si licenziò il giorno stesso e li raggiunse. Tornò attrice a tempo pieno ed anzi, diventò molto di più. Capitò di accennare alla società di quelle audiocassette che da dieci anni ascoltava e riascoltava ininterrottamente. Sui quei nastri, dall’84 all’86, lo zio aveva inciso tutte le sue frustrazioni, i suoi pensieri, la sua grande ricerca di stare bene. Confidenze che Caroline Baglioni avrebbe scoperto solo vent’anni dopo domandandosi quale sorprendente destino li avesse mai uniti. «Era come avere tra le mani un testamento. Adempiere un compito per il quale ero stata prescelta. Gianni è stata una persona che ha sofferto e ha sofferto anche di non aver potuto parlare. La dignità gli era stata tolta non solo dalla malattia, ma anche da chi gli stava attorno. Da tutti noi. Nelle registrazioni c’è un momento in cui afferma: “non so perché sto facendo tutto questo, ma sento che non sono da solo, sento che tutto questo servirà a qualcun altro”. A me piace pensare che aspettava di essere raccontato».

«Era come avere tra le mani un testamento. Adempiere un compito per il quale ero stata prescelta. Gianni è stata una persona che ha sofferto e ha sofferto anche di non aver potuto parlare. La dignità gli era stata tolta non solo dalla malattia, ma anche da chi gli stava attorno. Da tutti noi». CAROLINE BAGLIONI

Oggi Caroline Baglioni ha più di trent’anni ed è su quel palco dove ha sempre desiderato di essere. Si volta, il mozzicone di sigaretta tra le dita. Indica il mucchio di scarpe dietro di sé.


«Riporto le sue parole per filo e per segno, ma ci sono anche io lì sopra. Con una mia scarpa e una sua. In bilico, un po’ Gianni, un po’ io. Le ho volute calzare, anche se non sono le mie, perché Gianni ora me lo porto addosso. Mi ha insegnato tante cose e la più incredibile è questa. Che una storia ormai sepolta nel tempo abbia trovato vita in un modo che nessuno si aspettava. Né lui, né io. Quindi che probabilmente c’è una strada, ci sono dei segnali che prima o poi uno coglie. Quasi niente secondo me accade per caso». E forse è questo il segreto. Lasciare che l’inatteso ti coinvolga. Che il colpo di scena renda unica la storia nella quale non credevi di essere autore e personaggio. Senza temere le insidie e le cadute.

In quei giorni in cui il vento soffierà più forte, il cuore parlerà di più. Non aver paura di ascoltarlo. Qualunque sia il motivo per cui sei finito a terra, quel qualcosa dentro il petto ti farà alzare dal fondo. Qualcosa che solo il vento sa animare. E poi accendere. Segui i segnali, che poi arriva anche il vento.

Articolo: Francesca Tessari  Shooting fotografico: Cristiano Casciani

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