Alessio Gatti, Birrificio Canediguerra: lo stile della tradizione

Alessio Gatti è uno dei titolari del birrificio Canediguerra di Alessandria. In questa intervista ci ha presentato uno spaccato dello stato dell’arte dei birrifici artigianali in Italia.

Da improbabile miraggio, frutto della visionaria passione dei pionieri del movimento, a realtà ormai presente su tutto il territorio nazionale. È questo, in estrema sintesi, il lascito dei primi vent’anni di birra artigianale italiana. Un movimento cresciuto velocemente, animato e talvolta segnato dagli entusiasmi e irruenze tipiche dell’adolescenza, oggi più maturo e competitivo.

Sono circa 700 i birrifici artigianali attivi nel nostro Paese, un segmento produttivo cresciuto non solo in termini numerici, ma anche qualitativi, con picchi di indiscussa eccellenza. Abbiamo incontrato uno dei protagonisti di questa rivoluzione liquida, ci siamo fatti raccontare il suo percorso, la sua idea di birra e del momento storico che la vede protagonista.

Siamo ad Alessandria, qui nel 2015 nasceva Canediguerra, birrificio distintosi sin da subito per la qualità delle sue birre, oggi tra le realtà più affermate dello Stivale. Esiste forse una ricetta per conquistare così rapidamente palati e mercato in un contesto sempre più concorrenziale e mutevole? Alessio “Allo” Gatti, headbrewer e socio dell’azienda, ci racconta la sua.

Allo, parlaci di Canediguerra, raccontaci la sua gestazione.

«Il progetto è frutto del sodalizio di 4 amici, oggi soci: Diego Bocchio, Roberto Grassi, Vittorio Sacchi e il sottoscritto. Tre di noi ricoprono ruoli operativi all’interno del birrificio. Tutti provenivamo infatti da esperienze lavorative che abbiamo potuto mettere al servizio dell’azienda: Diego si occupava già di amministrazione, Roberto di logistica e il sottoscritto di produzione. È stato sicuramente un nostro punto di forza. Nel mio caso si è trattato di tornare nel luogo dove sono nato e cresciuto dopo quasi 10 anni di militanza in diversi birrifici italiani e all’estero. Le esperienze pregresse di tutti sono state sicuramente preziose».

Immagino te lo avranno già chiesto in molti, incuriosisce anche noi la scelta del nome: perché Canediguerra?

«La genesi è stata casuale. Quando abbiano deciso di realizzare questo progetto ciascuno ha proposto opzioni, ma era difficile trovare qualcosa di originale, che potesse essere ricordato e piacesse a tutti. Poi ti capita di sentire Quattro Cani di De Gregori e un passaggio del testo inizia a suonarti in testa e suggerirti qualcosa.

«Le nostre birre si rifanno a stili della tradizione, che interpreto senza stravolgerne i dettami». Alessio Gatti

 

Abbiamo unito quel “cane di guerra”, ci è piaciuto e l’abbiamo scelto come vessillo. Suonava strano anche a noi all’inizio, ma a quanto pare funziona, la gente se ne ricorda».

Non sembra certo casuale la scelta di affidarsi a un approccio essenziale, per usare un eufemismo, utilizzato per sito e social. Un po’ in controtendenza rispetto all’urgenza di comunicarsi professata dagli addetti ai lavori, non trovi?

«A noi piace cambiare le carte in tavola, eventualmente andando anche in controtendenza rispetto a ciò che solitamente si fa. Le nostre birre si rifanno a stili della tradizione, che interpreto senza stravolgerne i dettami, o al contrario sono prodotte assolutamente in free style. Non dobbiamo necessariamente invogliare il cliente all’acquisto, sappiamo di avere un brand forte e abbiamo preferito optare per una comunicazione senza troppi fronzoli.

«Dieci anni fa si parlava di American IPA e affini solo in micro-festival e in riunioni di massoneria birraria, oggi te ne parla il signore anziano del paesino di provincia». Alessio Gatti

Ciò che trovi su sito e social è frutto di questo pensiero, dei contatti con il pubblico, distributori e birrofili mi occupo io, in questi casi c’è ampio spazio per le chiacchiere e i proselitismi».

Citavi poco fa le tue esperienze pregresse: hai vissuto gli anni in cui il movimento birraio è cresciuto esponenzialmente, in cui il mercato è divenuto molto più competitivo. Hai assistito alla crescita di alcune realtà e visto la sofferenza di altre. Hai vissuto le prime acquisizioni da parte delle multinazionali, hai comunque deciso di aprire nel 2015 in un paese come l’Italia che -nonostante il trend positivo degli ultimi anni- rimane il fanalino di coda europeo in fatto di consumi pro capite annui (31,8 l, fonte Assobirra). Te l’hanno mai detto “chi te l’ha fatto fare”?

«Tornare a casa per me era una grande opportunità, ho vissuto in diverse città, ho cambiato case, amici. Sentivo l’esigenza di rientrare, ma anche di costruire qualcosa di mio e più duraturo. Passare qualche notte insonne ma avere la possibilità di esprimersi in liberà è impagabile. Ci abbiamo creduto tanto, onestamente non ci siamo preoccupati di nulla, ci siamo dati degli obiettivi e li abbiamo raggiunti in tempi brevi. Certo, oggi è essenziale non improvvisarsi, il mercato è molto selettivo e non basta più fare birra di qualità, bisogna partire già strutturati, conoscere bene le dinamiche che si dovranno affrontare. Ma credo ci sia spazio per chi sa fare. Quei “4 gatti”, me compreso, che vent’anni fa sognavano di trovare birra buona al supermercato, sono gli stessi che oggi si lamentano perché (a volte, ndr) la trovano. Non è certo nostra intenzione entrare in GDO, sottolineo solo un segnale tra i tanti che testimonia come quel sogno sia stato in parte realizzato. La rivoluzione culturale a cui stiamo assistendo è tangibile.»
L’onda lunga di questo cambiamento credo stia arrivando proprio ora al consumatore non scolarizzato. In alcuni contesti sembra di rivivere ciò che voi birrofili avete vissuto 10 anni fa. 

«Certo, 10 anni fa si parlava di American IPA e affini solo in micro-festival e in riunioni di massoneria birraria, oggi te ne parla il signore anziano del paesino di provincia. Sbalordisce ancora, in effetti, soprattutto gli addetti ai lavori della prima ora. C’è ancora moltissimo da fare in termini di divulgazione e cultura, ma è innegabile sia un segmento ormai trasversale. Il mio sogno è vedere realtà locali sparse sullo Stivale, un modello simile a quello da sempre presente in Paesi come Germania e Belgio.»

La crescita del movimento non ha certo lasciato indifferente l’industria, rincorrere il craft scimmiottandolo malamente o acquisendo realtà artigianali per inserirsi in quel segmento con prodotti premium sembra essere uno sport a cui si dedicano con un certo impegno. Che ne pensi?

«L’urgenza di fare divulgazione e cultura è legata anche a questo aspetto. Multinazionali e industria hanno raccolto in parte i frutti del nostro lavoro, sfruttandoli come dicevi. Il rischio è che ovviamente il consumatore non abbia gli strumenti per comprendere cosa sia artigianale e cosa no, cosa sia ben fatto e cosa meno. C’è spazio per tutti, è giusto coesistano entrambi i mondi, purché si sia consapevoli di cosa si ha nel bicchiere. Questa è veramente la sfida, credo lo sarà sempre».

 

Programmi per il prossimo futuro? Avete nuovi progetti in cantiere che vuoi anticiparci?

«C’è parecchia carne al fuoco. A settembre è prevista l’inaugurazione del nostro locale. Il progetto doveva partire già nel 2015, in realtà, fortunatamente la produzione ha assorbito da subito ogni nostra energia e abbiamo dovuto posticipare l’apertura. Stiamo ultimando i lavori dello spazio estivo annesso al ristorante, ma il più è fatto, siamo carichi.

 

Stiamo inoltre completando l’ampliamento in birrificio, così da avere più spazio per il magazzino e poter inserire una cella di rifermentazione. Prossimamente usciremo con birre rifermentate in bottiglia, una sorta di tributo al Belgio, Paese che amo molto.

Avremo quindi due linee, isobarico (imbottigliamento in contropressione che non richiede rifermentazione, ndr) o rifermentato, a seconda degli stili. Più in là inizieremo anche a lavorare con il legno, con una piccola barricaia dedicata a birre sour invecchiate. Non da ultimo il nuovo laboratorio di analisi, così da essere autonomi sia per le analisi chimiche di routine, sia per iniziare a lavorare sull’autoproduzione dei lieviti».

Pare ne assaggeremo parecchie insomma. E Allo cosa beve quando non beve le sue birre?

«Ad Alessandria dove vivo attualmente non c’è moltissimo. Qui in zona cerco birra di produttori locali come Montegioco, Civale o Kamun, perché so di bere birre che non hanno viaggiato centinaia di km. In generale prediligo prodotti freschi, in fusto. Amo le pilsner, le blonde ale, le mild, bevo spesso la mia brown porter. Mi piacciono le birre di facile approccio».

Guardi mai agli inizi del movimento con nostalgia? C’è qualcosa che ti manca di quegli anni?

«Beh, era tutto molto più romantico. La nostra ingenuità era meravigliosa riletta con gli occhi di oggi. La passione era davvero il motore fondante ogni progetto. Oggi c’è meno spazio per le improvvisazioni e i ciechi innamoramenti, è un presente più maturo e preparato. Si pondera maggiormente, ma è un segnale positivo».

 

Mentre l’ennesimo temporale della stagione fa da colonna sonora alla nostra chiacchierata, mi ritrovo a pensare alle similitudini che animano i racconti di chi, come Allo, ha vissuto la nascita e l’evoluzione di questo movimento. È un sorriso indulgente quello che attraversa i loro sguardi, divertito e intenerito da quella gioventù di intenti.

 

In questo presente, in cui fare bene e sempre meglio è un mantra che a volte lascia col fiato corto, spero trovino il tempo per alzare lo guardo e guardare a quanto di significativo hanno costruito. La birra artigianale non sta solo modificando l’offerta nei luoghi di elezione legati al suo consumo, ma si sta ritagliando il ruolo che merita ovunque si sia compresa la sua funzione sociale e culturale. Sono nate associazioni, corsi di degustazione, festival. La si trova nelle carte più illuminate di osterie e ristoranti, se ne parla, ci si infervora, ci si batte per tutelarla con leggi ad hoc. Se non è una rivoluzione culturale questa, ditemi voi quale altro nome darle.


Articolo: Stefania Pompele  Shooting fotografico: Lorenzo Morandi

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Stefania Pompele

Contributor - Writer

Veronese, un diploma agroalimentare e una sete atavica che si ripresenta in maturità. Dopo una formazione nel mondo del vino si specializza in meccanismi percettivi e analisi sensoriale. Panel leader, si occupa di formazione all’assaggio collaborando con istituti alberghieri ed enti privati.

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