Alessia Tarquinio, giornalista tv: una piccola ape furibonda

Alessia Tarquinio, giornalista sky sport

Alessia Tarquinio è una giornalista sportiva e uno dei volti più amati di Sky Sport. L’abbiamo incontrata per farci raccontare la sua storia fatta di piedi nel fango e ginocchia di calciatori.

Trucco leggero, le guance leggermente arrossate e i capelli incredibilmente lisci (nonostante la giornata uggiosa e carica di umidità) che cadono sulle spalle, Alessia Tarquinio si presenta all’appuntamento senza artifici. Come avrò modo di scoprire durante il pomeriggio passato insieme, per la giornalista e volto di Sky Sport l’artificio estetico non è mai stato una carta su cui puntare, al contrario di altre colleghe. Sarà perché, obiettivamente, le mancano i centimetri per avere un certo physique du rôle, sarà perché quei centimetri diventano superflui su una donna che ha ribaltato il paradigma della giornalista televisiva costruendo un’intera carriera su competenza e simpatia.

Incontro Alessia Tarquinio in un bar sui Navigli di Milano, a due passi dalla Darsena che l’ha vista protagonista per diverse estati su una piattaforma galleggiante in collegamento con gli studi di Sky Sport. Alessia Tarquinio mi accoglie con un gran sorriso, inclinando leggermente la testa: «Hai già preso il caffè? Infiliamoci qui, è un posto che conosco bene». C’è un maxischermo che proietta una partita di calcio e molti avventori rumorosi che sbraitano a ogni azione: sì, è il posto giusto.

Alessia Tarquinio colpisce per il suo modo anticonformista di fare la giornalista televisiva: ha chiuso la zip sulla scollatura, rifiutando il ruolo di “ragazza immagine” e ha affrontato l’ambiente del giornalismo sportivo con tenacia e competenza, cercando di introdurre un nuovo stile di conduzione nell’ingessato panorama televisivo italiano. La colpa, o il merito, della sua passione sportiva è da attribuire al padre: nato in Libia, dove ha vissuto per molti anni, si appassionò da ragazzino al calcio e alla Fiorentina grazie a un amico con cui ascoltava alla radio le cronache delle partite di calcio, in quel lontano pezzo d’Africa così lontano dai campi di calco italiani. Ne scaturì una passione forte e un visione così romantica dello sport che in seguito trasferì anche alla figlia. Alessia Tarquinio coltivava, però, un sogno che nulla aveva a che vedere con lo sport: diventare giornalista e critica musicale. «Vent’anni fa l’unico modo per diventare giornalisti era collaborare con i giornali locali» mi spiega.

«Frequentavo l’università a Milano e un giorno mi presentai alla redazione di un piccolo giornale di Sesto San Giovanni dicendo: “Salve, vorrei imparare il mestiere, come si fa?”. Vista la mia passione per la musica mi mandarono a recensire concerti e locali, ma capii ben presto che con quel lavoro difficilmente avrei guadagnato abbastanza per vivere. Nel frattempo, il ragazzo che per il giornale seguiva lo sport e la Pro Sesto dovette lasciare il suo posto perché in procinto di laurearsi. Così la pagina sportiva passò a me».

«Gianni Brera era un’istituzione del giornalismo sportivo ma, obiettivamente, non è che tutti riuscissero a capire cos’era l’arte pedatoria da lui declamata». ALESSIA TARQUINIO

Una donna che scrive di sport per un giornale locale. Sembra incredibile oggi, figurarsi vent’anni fa.

«Esatto, ma non è finita qui. A Sesto San Giovanni arrivò anche il calcio femminile, ma non c’era nessuno che se ne potesse occupare, quindi venni ingaggiata come inviata e girai l’Italia al seguito della squadra e, contemporaneamente, venni chiamata a collaborare con la testata Lombardia Calcio. Facevo la gavetta vera, seguivo gli allenamenti con gli stivaloni in mezzo al campo allagato per la pioggia, mentre mio padre mi impartiva lezioni e mi insegnava i termini tecnici. Leggevo di tutto, soprattutto Gianni Brera: sottolineavo quello che scriveva e lo utilizzavo nei miei servizi cercando di renderlo un po’ pop, perché le persone potessero capirlo meglio. Gianni Brera era un’istituzione del giornalismo sportivo ma, obiettivamente, non è che tutti riuscissero a capire cos’era l’arte pedatoria da lui declamata. Fin da allora ho sempre voluto trovare altri modi di raccontare lo sport, e non ho mai smesso di farlo».

Poi hai fatto un nuovo salto di qualità, a Eurosport.

«Sì. In quel periodo Eurosport acquistò i diritti per i mondiali di calcio femminile e un amico che faceva il tecnico audio presso l’emittente mi procurò un colloquio. Il giorno dell’appuntamento mi presentai con tutto il materiale per sostenere il colloquio, quando improvvisamente sentii una voce che diceva: “…e tra poco la telecronaca di calcio femminile con Mauro Suma e Alessia Tarquinio”. Iniziai così, facendo da spalla al telecronista, senza alcun preavviso. Questa esperienza mi ha poi portata a Milan Channel, il primo canale interamente dedicato a una squadra: trattandosi di una novità nel panorama delle tv sportive italiane ho avuto la possibilità di sperimentare, non solo nel modo di fare le interviste (fortunatamente i giocatori erano tutti molto giovani e comprensivi), ma anche durante le trasmissioni in studio: c’era da riempire un intero palinsesto, così mi inventai “il tormentone” e le telefonate in diretta dal pubblico. Facevo anche le imitazioni, proprio come un comedian americano, una figura che in Italia praticamente non esiste. Sembra quasi che un giornalista perda di credibilità se sconfina nel gioco o fa una battuta. Fortunatamente siamo giornalisti di sport e non di cronaca nera: azzardare un po’ di ironia e non prendersi troppo sul serio è possibile, senza perdere in professionalità o autorevolezza. Questo registro comunicativo, però, fatica a farsi strada e viene poco apprezzato dalle alte sfere. Mi è capitato più volte, negli ultimi tempi, di pensare “forse ho sbagliato tutto”».

A tuo avviso, il fatto di essere donna può essere una giustificazione a questo atteggiamento? Una donna non può essere competente, ironica e fare tv senza necessariamente assumere il ruolo della valletta con diversi centimetri di pelle scoperti?

«Lo sport, anche in tv, è un ambiente maschilista e ne sono sempre stata consapevole. Fin dagli esordi sono stata molto attenta al mio abbigliamento, vestivo in modo rigoroso e professionale, soprattutto quando facevo l’inviata sui campi di calcio. Poi le donne hanno iniziato a trovare più spazi nelle trasmissioni sportive e a presentarsi con abiti decisamente meno rigorosi dei miei. Il problema, però, era sempre la competenza: ricordo che a Telenova ad affiancare Aldo Biscardi eravamo tre donne, di cui una particolarmente avvenente.

Quando dovevamo commentare qualche azione dubbia, Biscardi si rivolgeva sempre e solo a me: “Ma era fuorigioco?”. Non c’era internet, non c’erano i social network e per riuscire a rispondergli ascoltavo di nascosto i commenti su Radio Rai: “Sì sì, era fuorigioco!” esclamavo dopo aver più o meno capito cosa fosse successo in campo. Avevo solo 21 anni, ma tanta voglia di fare bene il mio lavoro».

Si ripropone, quindi, il caro vecchio quesito: “meglio sfruttare l’aspetto fisico o usare il cervello per fare carriera come giornalista tv?”.

«Col cervello lavori per anni, col fisico decisamente meno. Il mio arrivo a Sky non l’ho mai visto con un punto di arrivo, ma come un punto di partenza. Sono sempre stata critica verso me stessa e quando mi capita di sbagliare qualcosa, ancora oggi sto male. Per non parlare di mio padre, che al mio rientro a casa mi ha sempre criticato e corretto. Quando lavoravo a Eurosport andavo in onda al tg di mezzanotte ed ero convinta che lui fosse già a letto. Invece mi ascoltava e al mio rientro mi faceva notare tutti gli errori che avevo fatto, impedendomi così di commetterne altri. Dovevo essere competente, fare la domanda giusta: quella era la cosa più importante. In quegli anni il giornalista serio era quello che lavorava per la carta stampata, non quello che andava in video. Ricordo che negli anni ’90 Giancarlo Padovan del Corriere Della Sera mi disse: “Fai il tuo lavoro seriamente come se lavorassi per la carta stampata” e io ho sempre seguito quel consiglio».

Oggi, però, i giornalisti tv “belli ma non bravi” sono sotto gli occhi di tutti.

«Mio padre, appena ho iniziato ad andare in video mi ha detto: “Se ti monti la testa ti prendo a calci nel culo”. È vero, molte giornaliste che oggi vanno video spesso non hanno mai scritto un servizio in vita loro. Io cerco sempre di ricordarmi che sono solo il mezzo per raccontare, non sono la protagonista. Ci sono conduttori che stanno ore in video perché si piacciono molto: io, dopo venti secondi di intervento, inizio già a pensare che sto parlando troppo».

Il racconto dello sport è un ambito in cui le donne potrebbero fare la differenza. Tu ne sei un esempio, ma ce ne vorrebbero di più.

«Ho vissuto negli spogliatoi per dieci anni, facendo fatica e confrontandomi con la frustrazione ogni giorno, cercando di raccontare lo sport come non era mai stato fatto prima. Negli Stati Uniti tutti i giornalisti lavorano così, mentre in Italia io sono quella strana, quella fuori dagli schemi. Il primo consiglio che mi sento di dare a tutte le giornaliste che vogliono intraprendere questo lavoro è di fare un’esperienza all’estero: non fermatevi qui, ma guardatevi attorno. Poi, magari, tornate, ma nel frattempo avrete acquisito un bagaglio di conoscenza impagabile. Recentemente ho vissuto due anni in Canada e ho avuto modo di capire che all’estero le cose funzionano in modo diverso, ma devo avere la speranza che le cose possano cambiare anche in Italia. Fare questo lavoro significa non solo essere bravi giornalisti, ma avere anche capacità di adattamento e spirito di iniziativa non indifferenti. Se non hai passione, se non sei coinvolto, è un lavoro che non puoi fare, il pubblico ha bisogno di essere coinvolto e sente e percepisce la tua empatia. Ecco perché, tra le altre cose, avevo inventato il quiz dove il pubblico da casa doveva indovinare a quale calciatore appartenesse un ginocchio per vincere un biglietto dello stadio (ridiamo entrambe, n.d.r.)».

Ci spostiamo nei pressi della casa di Alda Merini per fare alcune foto. «È una delle mie poetesse preferite, pensa che il primo regalo che mi fece mio marito fu proprio il suo volume “Lettere al dottor G”. Anche il murales “Sono una piccola ape furibonda” che richiama una sua poesia lo sento particolarmente mio. Un giorno Pierluigi Pardo mi disse: “Aaaah, se tu non fossi stata così piccola avresti potuto fare la conduttrice”. “Ma piccolaachi?!” risposi io. Quel “piccolaachi” è divenuto da allora il simbolo di un messaggio importante: anche se sei piccola, anche se non sei nessuno e non hai esperienza, puoi raggiungere i risultati che vuoi se ci metti impegno».

Oltre a scorrazzare per i programmi di Sky Sport, il tuo impegno ti porterà a nuovi progetti?

«In questo bar con le pareti di mattoni e i ritratti di grandi artiste ho girato la puntata pilota di un programma che ho pensato e scritto dopo aver visto Garbage time, un programma americano condotto da una “simil Tarqui” che era riuscita a raggruppare tutte le mie idee sul racconto dello sport. Resta ora da vedere se la mia proposta piacerà a Sky».

«A BISCARDI DICEVO “Sì sì, era fuorigioco!” dopo aver più o meno capito cosa fosse successo in campo. Avevo solo 21 anni, ma tanta voglia di fare bene il mio lavoro». ALESSIA TARQUINIO

Dopo l’esperienza canadese, ci sono almeno due elementi della comunicazione sportiva estera, sia televisiva che digitale, che hai osservato e che vorresti importare in Italia?

«Il primo fra tutti è la spontaneità: in Italia ci facciamo troppi problemi quando dobbiamo comunicare, abbiamo sempre paura di essere fraintesi o essere considerati maliziosi. lo stessa, quando scrivo un tweet o un post su Instagram rifletto sempre sull’impatto che potrebbe avere il mio messaggio, su come verrà interpretato.

Poi porterei in Italia l’utilizzo della creatività come prassi nella comunicazione, la possibilità di essere poliedrici, l’utilizzo massiccio delle immagini da cui partire per preparare i testi e infine, ma non meno importante, l’educazione degli atleti nei confronti di chi li intervista e del pubblico a casa».

Sappiamo che molte persone, soprattutto ragazze, ti scrivono per avere consigli su come affrontare questo lavoro. Tu l’hai mai fatto, quando eri più giovane?

«Al fatto che le persone mi scrivano non sono ancora del tutto abituata. È capitato che mi riconoscessero per strada e poi mi scrivessero: “Ti ho riconosciuta, sono cresciuto con te, ascoltandoti, per me ormai sei una di famiglia”. Sento la responsabilità, soprattutto nei confronti delle ragazze che mi scrivono perché vogliono fare il mio lavoro. Anch’io feci la stessa cosa: scrissi una lettera a Lilli Gruber, ma non ricevetti mai una risposta. Poi, senza perdere le speranze, scrissi a Candido Cannavò. Mi rispose, lui sì, dicendomi: “Sei una donna destinata a lavorare in un mondo di uomini: mantieni la tua personalità e leggi i testi di scrittrici come Emily Dickinson, Charlotte Brontë, Virginia Wolf. Sono donne forti e ti aiuteranno a essere una donna forte in un mondo di uomini».

Alessia Tarquinio oggi ce l’ha fatta, è diventata una giornalista sportiva in un mondo di uomini. Si è sposata, ha avuto un figlio con cui gioca a fare il Maracanà con i rotoli della carta igienica. È un vulcano di idee, proposte, innovazioni ed è uno dei volti più amati di Sky. Chissà cosa ne pensa Lilli Gruber.

Articolo: Sonia Milan Shooting fotografrico: Stefano Tambalo

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