Eleonora Lovo, lustrascarpe: l’educazione alla bellezza

Eleonora Lovo fa la lustrascarpe. E grazie a questa antica professione artigianale è apparsa sulla prima pagina del New York Times. Scopriamo la sua storia fatta di riti antichi e scarpe lucide.

Uno scritto anonimo recita: “Il piede ha 28 ossa, 27 articolazioni, 100 legamenti, 23 muscoli e un sistema nervoso e capillare ramificatissimo. Ci vuole una scarpa che sia degna”.

Eleonora Lovo, di professione “lustrascarpe”, non solo ritiene questa affermazione una sacra verità, ma anche che questa verità non riguardi esclusivamente la qualità della fattura e dei materiali. Ogni giorno camminiamo spostandoci tra diversi luoghi e le scarpe ci accompagnano dalla mattina alla sera, servitrici silenziose; sta a noi trattarle con riguardo, prendercene cura e donare loro una vita più lunga e un aspetto migliore.

In un mondo dominato dalla velocità, da ritmi sempre più incalzanti e da una generale massificazione di gusti e consumi, Eleonora Lovo propone invece di rallentare, di tornare a guardare le piccole cose e a recuperare i preziosi riti di un tempo, quando si usciva la domenica con gli abiti “della festa” e con le scarpe lucide.

In genere noi donne siamo grandi appassionate di scarpe, ne acquistiamo sempre più del necessario, ma il tuo è un interesse molto singolare: tu te ne prendi cura. Da cosa deriva questa tua particolare passione?

«La mia passione per tutto ciò che è bello nasce dalla famiglia, i miei nonni si facevano fare gli abiti su misura, anche mia madre è sempre stata molto curata e attenta ai particolari, ma nelle famiglie di una volta l’etichetta era estremamente importante. Mio fratello è una figura fondamentale della mia vita, vocato alla parte artistica delle cose e io, sorella più piccola, ho sviluppato un’ammirazione e sensibilità particolari verso il mondo maschile; anche frequentare un corso di barberia fa parte del fascino che questo mondo ha sempre esercitato su di me. La passione per le scarpe è sempre stata in me, dai tempi in cui lavoravo come commessa. Da qui è partita una ricerca di almeno dieci anni nel settore che mi ha fatto capire che dietro la scarpa c’è una lunga serie di necessità: la cura, la manutenzione, l’attenzione. Mi piace l’artigianato, sono iscritta all’albo e sono tre anni che ho sviluppato questa professione, ma non mi considero un’artigiana, piuttosto un'”artigianauta”: non ho negozio, Facebook e Instagram sono le mie vetrine».

 

È questa tua particolare propensione per il mondo degli uomini che ti porta a svolgere un lavoro considerato da sempre maschile?

«Non sono solo un maschiaccio, anzi; mi considero estremamente femminile, nell’abbigliamento e nel modo di fare, ma ho questa curiosità per questa parte di universo che mi ha avvicinato alla professione di lustrascarpe. Nasce come lavoro di strada, ma il mio intento è quello di elevarne l’immagine e per questo mi faccio aiutare anche dai prodotti che uso (creme, cere e spazzole) ricercati e di qualità. La scarpa la indossano tutti e mi piace pensarla adatta ad ogni occasione, quindi vengo invitata ad eventi sia privati che pubblici; ad esempio i Gentleman riders mi hanno chiesto di partecipare ad uno dei loro in un’atmosfera vintage ed elegante assolutamente in tono con il servizio che offro io. In questi anni c’è stata molta attenzione su di me e su quello che faccio, a partire dai primi servizi su Oggi e La Stampa e su quotidiani internazionali come L’Estadao de São Paulo in Brasile e il più importante quotidiano arabo Al Awsat, alcune interviste in diversi programmi Rai, tra cui La vita in diretta e Unomattina fino ad arrivare alla prima pagina del New York Times il giorno della festa della donna; un’eco continua che mi ha portato tanta notorietà e mi ha permesso di attivarmi in molti eventi e fiere».

 

Hai rivitalizzato un mestiere quasi scomparso ma ricollocandolo e nobilitandolo. Lavorando anche privatamente, sei già riuscita a crearti una serie di clienti fissi?

«Sì. Per alcune persone le scarpe sono piccoli investimenti e questa professione, da un mestiere di strada, è quasi diventata una cosa di nicchia, una coccola che il cliente si fa, un lusso mentale. Mi occupo delle scarpe a 360 gradi, le ritiro a casa e le riconsegno come nuove. Non faccio servizio di riparazione ma, nei casi in cui ci sia anche questa necessità, mi avvalgo di un calzolaio.

Un mio grande desiderio sarebbe quello di creare uno spazio maschile con dentro donne che si occupano degli uomini, dalla lucidatura della scarpa alla barba e alla manicure. Come un tempo. Non ho mai sopportato le cose unisex, a me piacciono i posti dedicati. Così come per le donne, anche per gli uomini dovrebbero esistere spazi pensati per loro».

Non ti senti controcorrente, in un mondo come il nostro così orientato ad una generale omologazione?

«Credo sia importante ritrovare il sapore antico di luoghi che non ci sono più. Qualcuno ha detto: “le cose belle sono già state fatte”, secondo me si tratta solo di riportarle in vita.

L’uomo deve tornare ad usare i prodotti pensati per lui, a rallentare i tempi e a dedicarsi a se stesso in luoghi specifici; auspico una riscoperta delle usanze dei nostri avi, perché in passato si dava più valore alla qualità della vita e alla qualità in generale, oggi viviamo in un mondo in cui si sta banalizzando e imbruttendo quasi tutto e l’isola felice della qualità è quella del lusso, e io dico: “perché?”. Una volta ci assomigliavamo tutti nel bello, sempre vestiti bene in giacca e cravatta, ora siamo tutti uguali nel brutto».

«L’uomo deve tornare ad usare i prodotti pensati per lui, a rallentare i tempi e a dedicarsi a se stesso in luoghi specifici; auspico una riscoperta delle usanze dei nostri avi, perché in passato si dava più valore alla qualità della vita e alla qualità in generale». Eleonora Lovo

Quindi proponi un’inversione di tendenza?

«Direi di sì, noi italiani siamo visti come i maggiori artigiani del mondo ma solo all’estero, sono più attenti loro alla qualità dei nostri manufatti di noi che, invece di valorizzarla e difenderla, ne perdiamo sempre di più; nel nostro modo di vestirci e di guardarci offriamo un’immagine ormai scadente.

È necessario riprendere il gusto per le cose belle e tornare a vivere come un momento di pausa e di relax anche il semplice gesto di farsi lustrare le scarpe, che è un bi-sogno, ma può anche trasformarsi in un sogno che si realizza due volte, come dice la parola stessa».

Non solo intendi recuperare un’estetica che va perdendosi, ma anche un’etica. Il tuo è un invito a riconsiderare il nostro tempo e la qualità delle nostre giornate?

«Sono due cose che si legano. L’accuratezza dell’immagine ti permette di porti in un modo migliore. Questo non fa la persona – ho lavorato qualche anno in Caritas e anche ora faccio volontariato, ho questa capacità di stare in mezzo alle persone senza pregiudizi – diciamo che all’interno di una condizione di vita “normale” e non ai margini, la persona curata e ben vestita con la scarpa pulita crea un filtro di rispetto, aiuta la relazione e la comunicazione».

«Cerco stile, classe e gusto nelle cose che faccio, nel mio ambito utilizzo materiali particolari – sete di ombrelli, cachemire, cere nobili, spazzole in corno fatte a mano – e mi circondo di professionisti del settore che abbiano la mia stessa filosofia. Anche la ricercatezza è sinonimo di qualità». Eleonora Lovo

Come ti poni di fronte a questo fiorire di centri commerciali a scapito delle singole attività di artigiani e commercianti?

«Da una parte esiste questa massa che si sta muovendo verso l’omologazione, dall’altra ci sono, invece, persone che cercano l’esatto opposto. Tutto è fatto per l’utente medio, per la nicchia devi andare in settori abbastanza chiusi; gli artigiani sono un po’ nascosti, li devi cercare, scoprire e andare a conoscere e, in questo senso, i social aiutano moltissimo. Abbiamo attivato una rete tra noi artigiani, perché è visibile solo il brand, mentre il singolo viene bistrattato. Si tende ad omologare tutto perché è la massa che crea economia. Cerco stile, classe e gusto nelle cose che faccio, nel mio ambito utilizzo materiali particolari – sete di ombrelli, cachemire, cere nobili, spazzole in corno fatte a mano – e mi circondo di professionisti del settore che abbiano la mia stessa filosofia. Anche la ricercatezza è sinonimo di qualità».

 

 

 

Per arrivare a svolgere questo tipo di lavoro ti sei dovuta documentare, facendo un vero e proprio lavoro di ricerca. Hai recuperato materiale facilmente?

«Assolutamente sì, per fortuna esiste internet e ho potuto consultare documenti d’epoca e visionare parecchio materiale fotografico. Nel mondo, di lustrascarpe, ce ne sono, ma io sono stata tra le prime e forse poche donne ad intraprendere questa professione.
Volevo acquistare una mia identità precisa, ma con rispetto per quello che è stato nel passato e per la sua storia. Ho assunto il nome di Eleonora Madame Lustrascarpe proprio perché ci fosse un tocco di femminilità.

 

«avrò vissuto in un tempo così in un’altra vita e mi sarebbe piaciuto continuare a viverci. Mi sento di appartenere di più a quel mondo fatto di vestiti puliti la domenica mattina, di colletti inamidati e scarpe lustrate». Eleonora Lovo

Il passato è presente e va considerato. Prendere in mano delle scarpe che hanno 25 anni per me è recuperare un mondo non c’è più, nel quale esisteva un maggiore rispetto dei tempi, dei materiali e della necessaria lentezza di chi le faceva. Crea stupore questo mio lavoro, che ritengo banale, nel senso che le scarpe le indossiamo tutti, ma mi piace, oltre che offrire un servizio vero e proprio, creare un momento, una pausa, uno stop dai ritmi così incalzanti che ogni giorno viviamo. Sono stata autodidatta, ho praticato sulle mie scarpe, poi su quelle dei miei amici e della mia famiglia, fino a studiare e cercare prodotti e materiali. È una forma di attenzione che si dà e che gratifica sia me che i miei clienti. Rivedere una scarpa che pensavi non avresti più utilizzato ti dona la tua vecchia scarpa, un vecchio amore, ma con un vestito nuovo».

Sembra che all’interno della tua volontà di rivitalizzare questo mestiere, ci sia spazio anche per un motivo quasi nostalgico. Mi sbaglio?

«Sì, avrò vissuto in un tempo così in un’altra vita e mi sarebbe piaciuto continuare a viverci. Mi sento di appartenere di più a quel mondo fatto di vestiti puliti la domenica mattina, di colletti inamidati e scarpe lustrate. Anche a mio figlio insegno ad avere una particolare cura in questo senso, ad amare la qualità di ciò che indossa e a cercare uno stile che sia suo perché possa partecipare a rappresentarlo soprattutto per come si sente dentro di sé. È un’educazione al bello, ma anche un tentativo di fargli capire che siamo tutti “pezzi unici” e che dovremmo valorizzare questa unicità e amarla: nelle persone, nei sentimenti, negli oggetti e in noi».

 

Articolo: Maddalena Roncoletta  Shooting fotografico: Adriano Mujelli

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Maddalena Roncoletta
Maddalena Roncoletta

Contributor - Writer

Vive a Verona e benedice la scuola dell'obbligo che le ha insegnato a leggere e scrivere, perché, nella vita, non vorrebbe fare altro. Laureata in lettere moderne, ha avuto la fortuna di fare della sua passione per i libri una professione: è bibliotecaria.

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